L’ispettore Clouseau

Mi sembra che fosse una mattina. Era la fine di dicembre. I giorni tra Natale e Capodanno, quelli che si contano alla rovescia, quelli che sembra che stia finendo qualcosa, quelli che si ha fretta di finirli, quelli che poi quando si ricomincia a contare dall’inizio tutto sembra diverso ma niente lo è. Non ti avevo mai visto molto in giro in quei giorni . Ero a casa tua ma tu non c’eri o dormivi, comunque stavi dietro ad una porta chiusa.
Quella mattina io stavo nella stanza in cui mi ero sistemata per dormire, in quella casa che non era mia, in quella casa che era tua ma dove tu non c’eri mai. Non c’era un letto per me, avevo sistemato i cuscini di un divano in modo da poterci dormire sopra, una specie di futon da accampamento.
Nella stanza c’erano dei libri per ragazzi, rimasti da chi sa quanto tempo a prendere polvere, maari tuoi di quando eri piccolo, magari di chissà chi. Uno di essi era un vecchio album per colorare e in una pagina c’era l’ispettore Clouseau della Pantera Rosa.
Tu entrasti sorridendo, ti sorridevano gli occhi, avevi i baffi, sorridevano anche loro.
Prendesti un grande bicchiere peno di pennarelli, di matite, di pastelli e mi dicesti: “Coloriamo”. Sotto le tue dita si formava il beige dell’impermeabile dell’ispettore, l’azzurro della lente d’ingrandimento.
Io ti guardavo, tu guardavi il disegno, parlavi. Non ricordo cosa dicevi ma ricordo il suono della tua voce. Ricordo di avere allungato un dito per toccarti.
Che cosa provavo? Non lo so. Oggi potrei dire molte cose ma non sarebbe vero niente. Perché in quel momento, che poi durò davvero poco, non ci furono parole dentro di me. Solo una sensazione, il desiderio di toccarti, la paura che te ne accorgessi, il desiderio che te ne accorgessi.
Non te ne accorgesti. L’ispettore Clouseau aveva preso vita da un foglio bianco. Le matite e i pennarelli restarono sparpagliati sulla moquette grigia.   

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