Archivi per il mese di: febbraio, 2007

Sono nel bel mezzo della battaglia d’Austerliz.
E’ il 2 dicembre 1805.
Io combatto al fianco dell’armata della coalizione russo- austriaca.
Naturalmente so già che perderemo.
Il principe Andrej è stato ferito.

No, non sono diventata pazza, sono solo coinvolta nella bellissima lettura di Guerra e pace!
Per l’imperatore Urrà!

DSCN1041Tutti quelli che lavorano hanno prima o poi dovuto confrontarsi con il problema della pausa pranzo. Chi ce l’ha chi, non ce l’ha, chi riesce a tornare a casa, chi non ci riesce.
Io con la mia ho avuto sempre un rapporto conflittuale, soprattutto perché sono un po’ restia ad organizzare i miei pasti con anticipo, e perché non ho molta fantasia culinaria.
È stato per questo che per circa tre anni ho mangiato ogni giorno o quasi panini da me prodotti con orribili fette di pan carrè. Il mio stomaco mi ha già fatto scrivere una lettera di diffida dal suo avvocato.
Poi sono approdata, da circa due anni, nel posto dove lavoro adesso.
All’inizio io ero l’ultima arrivata, sostituivo una ragazza che era in maternità e non avevo socializzato molto con le altre donne che lavoravano lì già da molti anni ed avevano una routine consolidata.
Così per il primo inverno ho mangiato da sola nella mia stanzetta senza unirmi a loro, che si riunivano in un cucinino per pranzare tutta insieme.
Ho piano piano fatto amicizia e sono stata invitata in cucina a condividere il pranzo.
Abbandonati ormai i panini avevo trovato il modo di portare delle verdure o dei contorni freddi in alcuni contenitori di plastica.
Ma loro, le donne con cui pranzo adesso, sono davvero navigatissime nella difficile arte del pranzo fuori casa, tanto che arrivano a portarsi cibi anche complicati, paste, minestre, secondi, contorni. Un mondo affascinante al quale non riuscivo ad accedere.
Il segreto della serenità dei loro stomaci sta tutto in un oggetto, che loro amichevolmente chiamano giberna, ma che più appropriatamente dovrebbe chiamarsi gavetta o, meglio, come ho letto sulla confezione di quella che è felicemente entrata in mio possesso, portavivande in acciaio.
Sì, proprio quella che vedete nella foto.
Non essendoci in quella cucina dove ci riuniamo a mangiare, né un fornello né un microonde, le ragazze attuano un piano semplice e diabolico allo stesso tempo: poggiano le giberne su una stufa che accendono un paio d’ore prima di pranzo et voilà, la stufa scalda le giberne, le giberne scaldano il pranzo, il gioco è fatto.
Codesta giberna pare fosse un oggetto molto diffuso parecchi anni fa. Molti dei miei amici mi hanno parlato di come lo usassero per metterci la merenda alle elementari.
Ma si sa, non ci sono più le mezze stagioni figuriamoci se ci sono ancora gli oggetti utili e solidi che usavamo un tempo.
Infatti trovare queste giberne non è cosa facile.
Una sera, a cena con lui, lui ed anche lui, raccontavo questa faccenda del mio pranzo, condannato a restare freddo perché nei normali negozi di casalinghi non trovavo una giberna tutta mia.
Quando lui apre uno scaffale della sua cucina e mi chiede: “Ma parli di una cosa come questa? Me l’ha comprata mia mamma ma io non la uso, se la vuoi te la regalo”.
Sì, sì, era proprio quella!
Che gioia che meraviglia, ecco a cosa servono gli amici veri.
Il giorno dopo sono andata in ufficio tutta gongolante e per prima cosa, mi sono guadagnata un posto sulla stufa, e con esso è come se fossi stata promossa dalle mie colleghe, da precaria a dipendente a tempo indeterminato.
Ma non è finita qui.
Lo scorso sabato torniamo a cena da lui, e che cosa succede?
Lui mi porge una scatola rettangolare. Cosa c’era dentro? Una giberna a due piani! Nel senso che ha uno scompartimento interno in modo che ci si possa mettere due cibi diversi dentro!
Una giberna deluxe! Stupore, meraviglia, gaudio!
Non vedo l’ora di tornare al lavoro e di poggiarla sulla stufa!
Come farei, come farei ago senza di te, come farei senza di voi.
Il mio stomaco soprattutto, vi ringrazia.
 

Guardate QUI che augurio delizioso che ho avuto!
Grazie davvero.
Anche io vi voglio bene!
(e ora via con le lacrimucce)

Con le finestre orientate a nord, guardo improbabili nuvole addensarsi, e poi in un gioco continuo di correnti, separarsi.
I gabbiani, schiacciati da una prospettiva falsa sembrano volare fin dentro le finestre delle case di un palazzo di fronte.
L’ago della mia bussola fa un giro completo, dubbioso sulla direzione da prendere, e poi non trova di meglio da fare che tornare al proprio posto.
Una metafora esatta della mia vita.
Cammino per le strade del centro storico.
Strade bagnate dalla pioggia recente. Strade scivolose, scoscese pericolose.
Ci vuole attenzione, un piede in fallo è il pericolo costante.
Un ragazzo dal cuore tenero passa, scocca uno sguardo verso di me.
Io non so come interpretarlo, oppure, meglio, vorrei volgere a mio beneficio l’interpretazione, ma so che non posso.
Così percorre da un lato all’altro tutto il mio sguardo, e poi sparisce.
Io resto lì, dandomi della stupida, ma con un sorriso indulgente tutto per me.
Il cielo, gonfio di pioggia, già da molto tempo non ha occhi da regalarmi.
Bridget Jones vs. Bianconiglio (presto che è tardi!), come a dire la vendetta dell’orologio biologico!
 
Domenica scorsa sono stata invitata a pranzo da una mia vecchissima amica. La più vecchia. In pratica siamo cresciute insieme, ci conosciamo da 33 anni. Abitavamo nello stesso palazzo e per tutta la nostra infanzia e adolescenza non è passato giorno senza che ci fossimo viste.
Poi le nostre strade si sono un po’ allontanate, io mi sono trasferita in un’altra casa, lei si è sposata.
Ora ha un marito e una bambina di due anni, Alice. Sì, quella che dice Papa-palu.
Domenica,  pranzo da lei.
Come una brava zia, compro i dolci per la bimba, indosso il mio sorriso migliore e vado.
Trovo molto di più del pranzo che pensavo (e che già mi inquietava un po’). Trovo una specie di mega riunione di famiglie.
Innanzitutto c’è la nonna di Alice, mamma della mia amica, poi una cugina, a sua volta felice proprietaria di un marito, di un bambino di quasi due anni e di un altro ancora nella pancia. Oltre a costoro, che già erano troppi per i miei gusti, si sono uniti a noi un’altra ragazza nostra amica di molti anni, anche lei ex vicina di casa, con annessi suo marito, suo figlio di 4 mesi, suo cane, sua madre e padre.
La scena è più o meno alla Bridget Jones, tanto per intenderci, madri nonne e donne a vario titolo riprodottesi che mi guardavano come un’anomalia genetica.
Lo sgomento dipinto sul mio volto doveva essere eloquente; una cosa è certa: posso sopportare una famiglia e un bambino alla volta.
Io tento un’azione diversiva, e quando Alice mi tira per la manica, colgo al volo l’occasione di rifugiarmi con lei sua camera a giocare con i suoi giocattoli (adoro i giocattoli dei bambini, ci giocherei per ore).
Ma il momento del pranzo arriva, Alice vuole mangiare solo con me, l’altro bambino si ingelosisce e così, con una creatura a destra e una a sinistra, mi sudo il pranzo mio e dei pargoli. Ma i bambini non sono niente in confronto alla grande donna gravida, seduta di fronte a me che mi guarda e a stento si trattiene dal domandarmi cosa ci faccia io, lì, senza nemmeno uno straccio di bambino attaccato alle gonne. Non si trattiene infatti il marito che puntuale mi chiede: e tu? Come a dire cos’hai che non va?
Il pomeriggio è una sfilata di nonni gongolanti, per i loro precocissimi e bellissimi nipotini i quali, a loro volta, fanno a gara a rotolarsi sui tappeti e a rigurgitare cibi solidi e/o liquidi, di cani uggiolanti, di mariti annoiati.
Quando riesco a varcare la soglia del portone del palazzo, l’aria fresca mi invade le narici e per un attimo mi sento quasi felice.
Eppure qualcosa succede in me.
Cammino verso la funicolare. Entro.
Mentre l’aspetto comincio a sentire uno strano magone alla bocca dello stomaco.
Il cervello del tutto disconnesso. Mi salgono le lacrime agli occhi.
Al posto della felicità per la ritrovata libertà, mi ritrovo in preda ad una tristezza indefinibile, un’angoscia senza parole.
Piango, respiro male e piango.
Ho chiamato il povero Ago che mi ha dovuto consolare.
Deve essere stato il mio orologio biologico che non ha retto, deve essere saltato in aria esplodendo in tutta la sua indignazione contro di me, sciagurata, che non faccio altro che ignorarlo quando non lo derido apertamente. Domenica si è preso la sua rivincita.
 
Il luccio, misteriosa creatura

 
Credo che la mia passione per le favole, la mia predilezione per l’ascolto, per il racconto raccontato, derivi dalla mia infanzia, quando, a pochi anni, mi regalarono un mangiadischi.
Chi ha più o meno la mia età sa di cosa sto parlando.
Il mangiadischi era un miracoloso oggetto, di plastica dura, il mio era bianco, con una maniglia che ne consentiva il trasporto, e con una fessura sul davanti in cui si introducevano i 45 giri. Era uno dei primi tentativi di rendere la musica portatile, molto, molto tempo prima dell’invenzione del walkman della Sony.
Come tutti i bambini di quell’epoca avevo i dischi con le canzoni dello zecchino d’oro, anche se a me piacevano molto di più quelle di Lucio Battisti, ma la mia passione vera erano i dischi in cui non c’era la musica, bensì si raccontavano le favole.
Poiché ero una bambina solitaria, la cosa che più mi piaceva fare era starmene appallottolata sul tappeto blu della mia camera a fare costruzioni, a giocare con i cubi ed i chiodini, con il mangiadischi acceso che mi raccontava le favole. Avevo la mia bella pila di 45 giri, li mettevo uno dopo l’altro, e ascoltavo beata.
Avevo le mie favole preferite.
In generale non amavo molto quelle con le principesse, detestavo Pinocchio, e ancora oggi lo detesto. Le mie favole preferite erano: I vestiti dell’Imperatore, I musicanti di Brema, Robin Hood e Il soldatino di piombo.
Le ascoltavo e riascoltavo. Poi a volte non capivo qualche cosa, allora, col mangiadischi in mano, andavo in giro per la casa a cercare mi madre per avere spiegazioni. Capitava a volte che la mia mamma fosse indaffarata e non avesse tanto tempo e voglia di darmi retta. Io arrivavo e le dicevo: mamma che vuol dire questo? e quest’altro? E che cos’è questa cosa?
Un giorno, mi ricordo, ascoltavo la favola del soldatino di piombo che aveva una gamba sola e che si innamora di una ballerina credendo che anche lei avesse una gamba sola come lui. Succede in questa favola che, ad un certo punto, il soldatino appoggiato su una finestra, spinto da una folata di vento cade e viene ingoiato da un luccio.
Ohibò, mi dico, ma che cos’è un luccio?
Mi avvio da mia madre, arrivo in cucina, mi metto vicino a lei, col mangiadischi in mano, e le chiedo: mamma che cos’è un luccio?
Un pesce, risponde lei mentre continua a cucinare.
Un pesce, ripeto io e me ne torno nella mia stanza.
Un pesce come? Ero tornata indietro, in cucina. Ero una bambina che non si accontentava facilmente.
Un pesce d’acqua dolce, mi risponde lei.
Un pesce d’acqua dolce, ripeto io e mi avvio di nuovo in camera.
Ma il mare è salato! Penso. Io avevo pensato che il soldatino fosse caduto in mare, vuoi vedere che invece era finito nel lavandino? E poi giù nello scarico? Ma poi ci sono i pesci nelle tubature dei lavandini?
Con tutte queste domande pronte per essere sparate a raffica ero tornata in cucina. Era arrivato il momento in cui mia madre si era pentita di avermi messo al mondo e meditava di lanciarmi dalla finestra del quarto piano, un po’ come il povero soldatino di piombo, alla cui trista fine nella bocca del luccio, non volevo rassegnarmi.
Ah ecco! L’acqua dolce sta nei laghi, e nei laghi ci sono i lucci.
Sono passati da allora molti anni, di laghi ne ho visti alcuni, di lucci nessuno.
Quando ripenso alla mia svista infantile, e alla caduta del soldatino, mi dico che dei laghi e dei lucci non c’è poi molto da fidarsi dopo tutto, attenti quindi se vi capita di fare il bagno in un lago, ci fosse mai un enorme luccio in agguato.