Bridget Jones vs. Bianconiglio (presto che è tardi!), come a dire la vendetta dell’orologio biologico!
 
Domenica scorsa sono stata invitata a pranzo da una mia vecchissima amica. La più vecchia. In pratica siamo cresciute insieme, ci conosciamo da 33 anni. Abitavamo nello stesso palazzo e per tutta la nostra infanzia e adolescenza non è passato giorno senza che ci fossimo viste.
Poi le nostre strade si sono un po’ allontanate, io mi sono trasferita in un’altra casa, lei si è sposata.
Ora ha un marito e una bambina di due anni, Alice. Sì, quella che dice Papa-palu.
Domenica,  pranzo da lei.
Come una brava zia, compro i dolci per la bimba, indosso il mio sorriso migliore e vado.
Trovo molto di più del pranzo che pensavo (e che già mi inquietava un po’). Trovo una specie di mega riunione di famiglie.
Innanzitutto c’è la nonna di Alice, mamma della mia amica, poi una cugina, a sua volta felice proprietaria di un marito, di un bambino di quasi due anni e di un altro ancora nella pancia. Oltre a costoro, che già erano troppi per i miei gusti, si sono uniti a noi un’altra ragazza nostra amica di molti anni, anche lei ex vicina di casa, con annessi suo marito, suo figlio di 4 mesi, suo cane, sua madre e padre.
La scena è più o meno alla Bridget Jones, tanto per intenderci, madri nonne e donne a vario titolo riprodottesi che mi guardavano come un’anomalia genetica.
Lo sgomento dipinto sul mio volto doveva essere eloquente; una cosa è certa: posso sopportare una famiglia e un bambino alla volta.
Io tento un’azione diversiva, e quando Alice mi tira per la manica, colgo al volo l’occasione di rifugiarmi con lei sua camera a giocare con i suoi giocattoli (adoro i giocattoli dei bambini, ci giocherei per ore).
Ma il momento del pranzo arriva, Alice vuole mangiare solo con me, l’altro bambino si ingelosisce e così, con una creatura a destra e una a sinistra, mi sudo il pranzo mio e dei pargoli. Ma i bambini non sono niente in confronto alla grande donna gravida, seduta di fronte a me che mi guarda e a stento si trattiene dal domandarmi cosa ci faccia io, lì, senza nemmeno uno straccio di bambino attaccato alle gonne. Non si trattiene infatti il marito che puntuale mi chiede: e tu? Come a dire cos’hai che non va?
Il pomeriggio è una sfilata di nonni gongolanti, per i loro precocissimi e bellissimi nipotini i quali, a loro volta, fanno a gara a rotolarsi sui tappeti e a rigurgitare cibi solidi e/o liquidi, di cani uggiolanti, di mariti annoiati.
Quando riesco a varcare la soglia del portone del palazzo, l’aria fresca mi invade le narici e per un attimo mi sento quasi felice.
Eppure qualcosa succede in me.
Cammino verso la funicolare. Entro.
Mentre l’aspetto comincio a sentire uno strano magone alla bocca dello stomaco.
Il cervello del tutto disconnesso. Mi salgono le lacrime agli occhi.
Al posto della felicità per la ritrovata libertà, mi ritrovo in preda ad una tristezza indefinibile, un’angoscia senza parole.
Piango, respiro male e piango.
Ho chiamato il povero Ago che mi ha dovuto consolare.
Deve essere stato il mio orologio biologico che non ha retto, deve essere saltato in aria esplodendo in tutta la sua indignazione contro di me, sciagurata, che non faccio altro che ignorarlo quando non lo derido apertamente. Domenica si è preso la sua rivincita.
 
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