DSCN1041Tutti quelli che lavorano hanno prima o poi dovuto confrontarsi con il problema della pausa pranzo. Chi ce l’ha chi, non ce l’ha, chi riesce a tornare a casa, chi non ci riesce.
Io con la mia ho avuto sempre un rapporto conflittuale, soprattutto perché sono un po’ restia ad organizzare i miei pasti con anticipo, e perché non ho molta fantasia culinaria.
È stato per questo che per circa tre anni ho mangiato ogni giorno o quasi panini da me prodotti con orribili fette di pan carrè. Il mio stomaco mi ha già fatto scrivere una lettera di diffida dal suo avvocato.
Poi sono approdata, da circa due anni, nel posto dove lavoro adesso.
All’inizio io ero l’ultima arrivata, sostituivo una ragazza che era in maternità e non avevo socializzato molto con le altre donne che lavoravano lì già da molti anni ed avevano una routine consolidata.
Così per il primo inverno ho mangiato da sola nella mia stanzetta senza unirmi a loro, che si riunivano in un cucinino per pranzare tutta insieme.
Ho piano piano fatto amicizia e sono stata invitata in cucina a condividere il pranzo.
Abbandonati ormai i panini avevo trovato il modo di portare delle verdure o dei contorni freddi in alcuni contenitori di plastica.
Ma loro, le donne con cui pranzo adesso, sono davvero navigatissime nella difficile arte del pranzo fuori casa, tanto che arrivano a portarsi cibi anche complicati, paste, minestre, secondi, contorni. Un mondo affascinante al quale non riuscivo ad accedere.
Il segreto della serenità dei loro stomaci sta tutto in un oggetto, che loro amichevolmente chiamano giberna, ma che più appropriatamente dovrebbe chiamarsi gavetta o, meglio, come ho letto sulla confezione di quella che è felicemente entrata in mio possesso, portavivande in acciaio.
Sì, proprio quella che vedete nella foto.
Non essendoci in quella cucina dove ci riuniamo a mangiare, né un fornello né un microonde, le ragazze attuano un piano semplice e diabolico allo stesso tempo: poggiano le giberne su una stufa che accendono un paio d’ore prima di pranzo et voilà, la stufa scalda le giberne, le giberne scaldano il pranzo, il gioco è fatto.
Codesta giberna pare fosse un oggetto molto diffuso parecchi anni fa. Molti dei miei amici mi hanno parlato di come lo usassero per metterci la merenda alle elementari.
Ma si sa, non ci sono più le mezze stagioni figuriamoci se ci sono ancora gli oggetti utili e solidi che usavamo un tempo.
Infatti trovare queste giberne non è cosa facile.
Una sera, a cena con lui, lui ed anche lui, raccontavo questa faccenda del mio pranzo, condannato a restare freddo perché nei normali negozi di casalinghi non trovavo una giberna tutta mia.
Quando lui apre uno scaffale della sua cucina e mi chiede: “Ma parli di una cosa come questa? Me l’ha comprata mia mamma ma io non la uso, se la vuoi te la regalo”.
Sì, sì, era proprio quella!
Che gioia che meraviglia, ecco a cosa servono gli amici veri.
Il giorno dopo sono andata in ufficio tutta gongolante e per prima cosa, mi sono guadagnata un posto sulla stufa, e con esso è come se fossi stata promossa dalle mie colleghe, da precaria a dipendente a tempo indeterminato.
Ma non è finita qui.
Lo scorso sabato torniamo a cena da lui, e che cosa succede?
Lui mi porge una scatola rettangolare. Cosa c’era dentro? Una giberna a due piani! Nel senso che ha uno scompartimento interno in modo che ci si possa mettere due cibi diversi dentro!
Una giberna deluxe! Stupore, meraviglia, gaudio!
Non vedo l’ora di tornare al lavoro e di poggiarla sulla stufa!
Come farei, come farei ago senza di te, come farei senza di voi.
Il mio stomaco soprattutto, vi ringrazia.
 
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