Archivi per il mese di: marzo, 2007

Ho capito finalmente!
Tra me e me stessa è in corso la famigerata crisi del settimo anno!
Finirà che ci lasceremo.
Sarà meglio.
Del resto, non ci sopportiamo più!

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Ora legale

Ma stanotte si mette l’ora legale!
Io la odio l’ora legale!
Mi sconquassa il bioritmo!
Argh!

L’ufficio dei destini smarriti

– Buongiorno… scusi, non so se sono allo sportello giusto…

– Lo sportello come vede è unico, non può non essere quello giusto, prenda il numero per favore e aspetti il suo turno.

– Ma non c’è nessuno …

– Questo non vuol dire che si possono ignorare le regole. Ma guarda tu!

Prendo il numero. Curiosamente è lo 00.

L’omino allo sportello preme un pulsante e sul display lampeggia lo 01.

-Ehm… scusi, ma che fa comincia dal numero uno? Io ho qui il doppio zero, come quello

della farina, deve essersi sbagliato.

– Ma tu guarda, eccolo qui l’utente 00 proprio a me doveva capitare! Si accomodi!

– Ecco… io… vede… credo che la mia pratica sia stata smarrita. La mia richiesta di un

destino. Vede… quando ero ragazza inoltrai la pratica.

– Vediamo, qual è il suo nome?

– Bartleby…

– No, in effetti qui non ho una pratica a suo nome.

– Vede? Le dicevo che la inoltrai molti anni fa, perché un’amica mi consigliò di affrettarmi, che era una cosa lunga da ottenere e, le confesso, che per alcuni anni credetti persino che fosse andata a buon fine. Quando, ad un certo punto, conobbi un uomo, andavo all’università, pensavo che avrei fatto l’avvocato, insomma credevo di avere trovato la mia strada nella vita, che l’uomo che amavo sarebbe stato mio marito, che sarebbe arrivato magari qualche figlio. Insomma sa, le solite cose. Ma pensavo che fossero valide anche per me. Le confesso però che nella mia richiesta avevo scritto cose ben diverse, si figuri, nella sezione professione avevo indicato: scrittrice. Ero giovane allora. Così quando mi si presentarono quelle cose, tanto diverse dalle mie richieste, me ne rammaricai giusto un po’. Poi pensai che un destino normale fosse addirittura preferibile.

Comunicazioni però, dal vostro ufficio, non ho ricevute né allora, né in seguito.

Così quando il fidanzamento finì, quando cambiai lavoro, mi convinsi che era quello il motivo per cui non avevo ricevuto nessuna comunicazione, perché il mio destino non era quello che avevo creduto e che sarebbe arrivato, e sarebbe stato definitivo.

Quando ho cambiato casa, vi ho anche comunicato il cambio di residenza-

– Sì, capisco, il fatto è che io la pratica non la trovo, qual è il suo cognome?

– Preferireidino.

– Certo anche lei però, con un cognome così, cosa pretende?

Qui le pratiche come la sua sono centinaia, che dico, migliaia al giorno. Ogni tanto qualcuna si può anche perdere. Lei si chiama Preferireidino, qualche impiegato avrà capito male, avrà pensato che lei preferiva non avere un destino.

– Sì, capisco, in effetti ho un cognome un po’ buffo, ma perdere dei documenti in questo modo…

– Ma poi scusi eh, se mi permetto, ma lei è proprio sicura di volerlo questo benedetto destino? Che poi non è tutto questo gran divertimento. Pensi un po’ a me per esempio, cosa crede che mi diverta tutto il giorno a questo sportello? Crede che sia contento di tornare a casa la sera e di trovare mia moglie, ingrassata, incattivita anche lei dal suo destino, come tutti? Mettiamo che volesse fare la velina, mia moglie, e poi si sia ritrovata a fianco un omino come me, coi problemi di gastrite che ho, che non posso mangiare niente. Ma che ci posso fare anche io, mi dica, che  un giorno mi ha suonato alla porta un postino e mi ha consegnato il mio pacchetto blu. Dentro c’era il mio destino. E pensi che allora, anche io, come lei, lo aspettavo con ansia e fui felice quando arrivò. Mi sentii inserito nelle giuste leggi umane. Pensai che esistevo come tutti gli altri, che l’ufficio non mi aveva dimenticato e che avrei avuto il mio posto nel mondo.

Mi creda, signorina, lei tutto sommato può ritenersi contenta, può ancora aspettare, sognare un po’. Guardare un uomo che le passa accanto ed immaginare la vostra meravigliosa storia d’amore. Può sperare di fare un lavoro migliore.

– Eh, parla bene lei…ma io comincio a sentirmi vagabonda, indecisa, incompiuta. Intorno a me si compiono destini continuamente, la gente si sposa divorzia fa un figlio, cambia casa. Io sto qui, comincio a farmi delle domande…certo lei ha ragione, mettiamo che poi questo destino una volta avuto, non sia di mio gradimento? Magari si riveli una fregatura strada facendo?

– Allora, che facciamo, qui l’unica è inoltrare una nuova domanda, è l’unico modo, mi creda, annulliamo tutto, e ricominciamo, una nuova richiesta, certo non so proprio dirle quanto tempo potrà volerci con il destino nuovo. Beninteso se nel frattempo le dovessero consegnare il vecchio, dovrebbe restituirlo.

Tenga, compili questo modulo, e me lo riporti assieme ad una marca da bollo e a due fotografie.

– No, lasci stare, grazie, magari ripasso.

 

Rifugi e sottrazioni

 
Quando ero piccola avevo molti rifugi, a seconda delle situazioni in cui mi trovavo.
Il preferito in assoluto era l’armadio della mia camera, dove ero capace di stare ore acquattata.
Mi portavo un cuscino e una torcia e restavo dentro a leggere.
Ero convinta che nessuno sapesse dov’ero.
Mi piaceva pensare che se avessi voluto, non sarei più uscita da lì dentro, da quella penombra calda, dove potevo sentire quello che succedeva fuori senza parteciparvi.
La domenica pomeriggio, invece, mi piaceva mettermi sotto il tavolo della camera da pranzo, che era rotondo, e aveva una base di legno e il piano di marmo.
Mi piaceva stare lì mentre c’era ancora la tovaglia, in modo che si creasse un velo tra me e il resto del mondo. Mi piaceva guardare la tv da lì sotto.
In quel modo un po’ la vedevo un po’ no e mi facevo affascinare soprattutto dai suoni piuttosto che dalle immagini.
C’erano allora in quella scatola parlante cose che mi davano molto da pensare.
Ad esempio mi chiedevo perché in televisione le immagini fossero in bianco e nero, mentre fuori i colori c’erano. Arrivai a convincermi che ero io che i colori non li notavo nei programmi, perché mi distraevo mentre guardavo. Così i colori in realtà c’erano, perché se le cose riprese lì dentro erano vere, e lo erano indubitabilmente, non potevano essere in bianco e nero: si è mai visto un bambino grigiastro? quindi ero io che non mi accorgevo che in realtà era tutto a colori, perché ero troppo assorbita dallo spettacolo che guardavo (mi ricordo che a questo punto del ragionamento, per fare una verifica che fosse esatto, cercavo di guardare qualcosa, un oggetto qualunque, cercando di cogliermi di sorpresa, in modo da vedere se i colori c’erano, o fossero scivolati via).
Oltre a questi gravi dubbi cromatici, da sotto alla tovaglia mi facevo scudo anche dalle cose televisive che mi spaventavano. Non ricordo quale sceneggiato potesse essere, ma ce n’era uno che ricordo in bianco e nero con un assassino che non veniva mai inquadrato, si vedeva solo la sua ombra. Quello mi terrorizzava, ma credo piacesse ai miei genitori che lo videro tutto, senza sospettare che sotto il tavolo io mi facevo scudo con la tovaglia e le dita.
Tutto questo per dire che nella mia natura c’è sempre stato il bisogno di vedere la realtà attraverso qualcosa che in qualche modo mi proteggesse.
E crescendo ho replicato questo comportamento in molti modi diversi, spesso senza saperlo, o meglio, rendendomene conto in un secondo momento, quando il rifugio era già bello e creato.
Il mio gruppetto di compagni di classe del liceo, la mia casa, il mio fidanzamento, gli amici che mi hanno raccolto a pezzi quando il fidanzamento è finito, il lavoro. Tutta una serie di cortili da cui guardare fuori, di tane in cui stare appallottolata.
Ma che cosa succede ogni volta? Che questi ripari, presto o tardi si sono sgretolati: i compagni di classe si sono dispersi per il mondo, la mia casa è stata venduta, il mio fidanzamento è finito, e gli amici, beh loro hanno prima o poi trovato le strade della loro vita.
Ieri pomeriggio ho saputo che un altro dei questi luoghi dove mi sentivo al sicuro non c’è più. Si tratta dell’albergo di montagna dove andavo in vacanza ogni anno in estate, per alcuni giorni.
È stato venduto.
Sono finiti i miei giorni estivi lontano dagli altri, lontano dall’obbligo estivo del rumore e del divertimento, sono finiti i vecchietti che mi facevano le coccole e il personale dell’albergo che era diventato tutto un po’ amico, con il signor F. che ci riservava sempre la stessa stanza un po’ vecchiotta.
Il mio problema, con i miei rifugi sgretolati, è che io vorrei sommarli sempre tutti, vorrei aggiungere gli uni agli altri, gli amici agli amici, gli amori agli amori, le case agli alberghi. Non so se sia una pretesa impossibile, un sogno che a nessun essere umano è dato di realizzare, a me non sembra poi una grande aspirazione, ma la vita, nel mio caso, si ostina a sottrarre sempre qualcosa.
C’è qualcosa nel modo in cui guarda, che mi confonde.
C’è qualcosa che luccica, in fondo.
Anzi neanche troppo in fondo a ben guardare.
Quello che non so e non capisco è se questo bagliore sia riservato a me, oppure se sia per tutti, per chiunque, indistintamente luccichio.
Lo vedo arrivare sorridendo un po’ di sghimbescio.
Lo vedo guardarmi e sorridere di più.
Forse non mi importa veramente di sapere, di capire.
E più probabilmente non c’è niente da capire.
Mi piace solo immaginare, magari solo un po’, desiderare, magari un altro pochino.
Da un po’ di tempo mi confondo facilmente, mi assalgono i dubbi, le remore, molto più di quanto mi sia mai successo.
Sono io la prima a non afferrare la differenza tra quello che potrei volere e quello che realmente può essere.
Ho dei desideri indecisi.
Forse perché non sono veri desideri, sono voglie vaghe e destrutturate.
Frasi a metà, lasciate cadere.
Mani che stringono senza convinzione, mani che lasciano cadere.
Non bisognerebbe mai, per scarsità di risorse, guardarsi intorno con troppa insistenza cercando di vedere quello che non c’è.
Eppure si fa per non morire, di noia, di solitudine, di troppa immaginazione.
 
Continuamente addii

Camminavo, distratta come sempre, quando sento una voce cara chiamarmi.
È lui, sì, proprio lui.
Mi viene incontro oscurando il sole che mi colpiva negli occhi.
Sei bella sempre.
Mi stringe le mani e non le lascia.
Ci sorridiamo.
Vediamoci qualche volta.
Mi allontano seguendo la traiettoria interrotta.
Bartleby! Mi chiama.
Sì, gli rispondo fermandomi.
Mi raggiunge, mi bacia. Per alcuni secondi perdo la sensazione del mondo intorno, mi mancano le gambe, mi trema lo stomaco.
Come ho fatto, dice.
Vattene via, dico.
Ci allontaniamo.
Continuamente addii.

E’ finita la settimana e sono finita anche io.
Oggi sono tornata a casa e sono collassata.
Per fortuna c’era un letto sotto di me.
Mi sono ripresa dopo un paio d’ore.
E’ sata una settimana degna di Austerliz.
Nessuno mi aveva detto che invece delle ferie, invece di un aumento di stipendio, invece di avere finalmente un contratto a tempo INdeterminato, da questa settimana avrei ricevuto niente meno che La Trinità!
Si proprio così. Sono una e trina.
Lavoro  in tre stanze,a tre telefoni diversi, a tre postazioni, ad ognuna delle quali mi occupo di mansioni diverse. Anche contemporaneamente, questo sia sottinteso.
Sono quindi multitasking. Sapeste che bellezza! Che sensazione!
Pare sia un servizio dell’INPS.
Invece della pensione, che mi hanno rassicurato, non avrò mai e poi mai, per il momento mi danno la Trinità; ho anche inoltrato domanda per l’Ubiquità che mi potrebbe servire.
La Tranquillità invece, quella, mi hanno detto che si potrebbe avere, ma solo dopo morta, è come la pensione di reversibilità, potrebbe toccare ad un mio eventuale coniuge!