Rifugi e sottrazioni

 
Quando ero piccola avevo molti rifugi, a seconda delle situazioni in cui mi trovavo.
Il preferito in assoluto era l’armadio della mia camera, dove ero capace di stare ore acquattata.
Mi portavo un cuscino e una torcia e restavo dentro a leggere.
Ero convinta che nessuno sapesse dov’ero.
Mi piaceva pensare che se avessi voluto, non sarei più uscita da lì dentro, da quella penombra calda, dove potevo sentire quello che succedeva fuori senza parteciparvi.
La domenica pomeriggio, invece, mi piaceva mettermi sotto il tavolo della camera da pranzo, che era rotondo, e aveva una base di legno e il piano di marmo.
Mi piaceva stare lì mentre c’era ancora la tovaglia, in modo che si creasse un velo tra me e il resto del mondo. Mi piaceva guardare la tv da lì sotto.
In quel modo un po’ la vedevo un po’ no e mi facevo affascinare soprattutto dai suoni piuttosto che dalle immagini.
C’erano allora in quella scatola parlante cose che mi davano molto da pensare.
Ad esempio mi chiedevo perché in televisione le immagini fossero in bianco e nero, mentre fuori i colori c’erano. Arrivai a convincermi che ero io che i colori non li notavo nei programmi, perché mi distraevo mentre guardavo. Così i colori in realtà c’erano, perché se le cose riprese lì dentro erano vere, e lo erano indubitabilmente, non potevano essere in bianco e nero: si è mai visto un bambino grigiastro? quindi ero io che non mi accorgevo che in realtà era tutto a colori, perché ero troppo assorbita dallo spettacolo che guardavo (mi ricordo che a questo punto del ragionamento, per fare una verifica che fosse esatto, cercavo di guardare qualcosa, un oggetto qualunque, cercando di cogliermi di sorpresa, in modo da vedere se i colori c’erano, o fossero scivolati via).
Oltre a questi gravi dubbi cromatici, da sotto alla tovaglia mi facevo scudo anche dalle cose televisive che mi spaventavano. Non ricordo quale sceneggiato potesse essere, ma ce n’era uno che ricordo in bianco e nero con un assassino che non veniva mai inquadrato, si vedeva solo la sua ombra. Quello mi terrorizzava, ma credo piacesse ai miei genitori che lo videro tutto, senza sospettare che sotto il tavolo io mi facevo scudo con la tovaglia e le dita.
Tutto questo per dire che nella mia natura c’è sempre stato il bisogno di vedere la realtà attraverso qualcosa che in qualche modo mi proteggesse.
E crescendo ho replicato questo comportamento in molti modi diversi, spesso senza saperlo, o meglio, rendendomene conto in un secondo momento, quando il rifugio era già bello e creato.
Il mio gruppetto di compagni di classe del liceo, la mia casa, il mio fidanzamento, gli amici che mi hanno raccolto a pezzi quando il fidanzamento è finito, il lavoro. Tutta una serie di cortili da cui guardare fuori, di tane in cui stare appallottolata.
Ma che cosa succede ogni volta? Che questi ripari, presto o tardi si sono sgretolati: i compagni di classe si sono dispersi per il mondo, la mia casa è stata venduta, il mio fidanzamento è finito, e gli amici, beh loro hanno prima o poi trovato le strade della loro vita.
Ieri pomeriggio ho saputo che un altro dei questi luoghi dove mi sentivo al sicuro non c’è più. Si tratta dell’albergo di montagna dove andavo in vacanza ogni anno in estate, per alcuni giorni.
È stato venduto.
Sono finiti i miei giorni estivi lontano dagli altri, lontano dall’obbligo estivo del rumore e del divertimento, sono finiti i vecchietti che mi facevano le coccole e il personale dell’albergo che era diventato tutto un po’ amico, con il signor F. che ci riservava sempre la stessa stanza un po’ vecchiotta.
Il mio problema, con i miei rifugi sgretolati, è che io vorrei sommarli sempre tutti, vorrei aggiungere gli uni agli altri, gli amici agli amici, gli amori agli amori, le case agli alberghi. Non so se sia una pretesa impossibile, un sogno che a nessun essere umano è dato di realizzare, a me non sembra poi una grande aspirazione, ma la vita, nel mio caso, si ostina a sottrarre sempre qualcosa.
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