Archivi per il mese di: aprile, 2007
Amapola

Il ragazzo avrà vent’anni. I capelli scomposti e le mani grandi.
Sta fumando una sigaretta e parla con un amico. Ogni tanto si gira a guardarmi.
Intorno c’è fumo e rumore. Musica convenzionale.
Molte parole sfuggono ai rispettivi discorsi e toccano le mie orecchie.
Bevo un bicchiere di bollicine. Mi mettono allegria.
Me lo potessi permettere non berrei altro che champagne.
Non ho voglia di chiacchierare. Il bicchiere tra le mani mi tiene ottima compagnia.
Il mio sguardo vaga sulle cose, sulle persone ma continua a poggiarsi sul ragazzo, che adesso mi dà le spalle.
Parla, tanto, ancora fuma. Porta la camicia fuori dai pantaloni.
Il suono della sua voce mi raggiunge a tratti. Non capisco cosa sta dicendo.
Ride col suo amico. Poi si gira verso di me che lo sto guardando. Mi fa un cenno.
Io vorrei avvicinarmi, ma mi piace di più guardarlo da lontano.
Dopo un po’ decido di fare qualche passo verso di loro.
Il suo amico fa una battuta. Ridiamo.
Lui ride guardandomi. Io lo guardo ridendo.
L’amico si dilegua alla prima occasione.
Dallo stereo una musica antica mi incanta: Amapola, lindissima Amapola, será siempre mi alma tuya sola…
So già come andrà a finire, e non ho voglia di pensare a niente.
Voglio solo bollicine al posto dei pensieri. Voglio sentire lo scatto, impercettibile, inequivocabile, con cui il mio cervello si disconnette dal mio corpo.
Le bollicine fanno il loro lavoro. Il ragazzo si fa più vicino mentre mi parla.
Gli rispondo facendomi vicina.
I gesti fanno il loro lavoro. Mi basta prenderlo per mano e portarlo con me.
Non conosco neanche il suo nome.
Il mio stanotte sarà  Amapola.
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La vita istruzioni per l’uso

Una volta, molto tempo fa, durante un viaggio in treno, quando gli eurostar non esistevano ancora, quando viaggiare mi piaceva di più, quando i vagoni dei treni erano ancora fatti di scompartimenti da sei posti, con il corridoio laterale tenuto fuori da una porta scorrevole che ti racchiudeva all’interno di una capsula in movimento, dentro scuro e fuori luce abbagliante di verde di blu; una volta, dicevo, nello scompartimento di un treno di seconda classe, mentre ero intenta alla mia attività preferita guardando dal finestrino l’Italia che si stendeva docile ai miei piedi, entrò un bel ragazzo bruno di occhi e di capelli, e si venne a sedere proprio di fronte a me.
Io lo guardai, lo trovai molto bello, continuai a guardare fuori con l’occhio sinistro e a guardare lui, con l’occhio destro.
Dopo essersi sistemato comodo, il ragazzo prese un libro dal suo zaino e cominciò a leggerlo distrattamente.
La vita istruzioni per l’uso, di Gorges Perec.
Il ragazzo aveva la punta delle dita colorata da quel genere di sporco che si fatica a togliere perché è lo sporco del proprio lavoro, e di un lavoro che non finisce mai. Aveva le dita sporche di gesso colorato.
Leggeva, ma alzava spesso gli occhi con un sorriso inquieto.
Fino a che i nostri sguardi si incontrarono e lui mi sorrise e cominciò a parlarmi. Aveva una voce calma, sonora, rotonda, un’inflessione un po’ cantilenante, sembrava cantasse più che parlare.
Era portoghese, di Lisbona, e parlando allungava i tempi delle parole e delle vocali.
Mi raccontò che a Lisbona aveva un negozio di antiquariato che gli era stato lasciato dal padre. Che lì dentro passava le giornate tra mobili e quadri.
Quando non ne poteva più di essere circondato da cose morte andava a vedere il Tago, con il suo movimento di grande fiume, di fiume lento e calmo, come sono i portoghesi.
Un giorno che aveva comprato dei gessetti colorati per i suoi nipoti, passeggiando nella grande Praça do Commercio si sedette a terra, tirò fuori dalla tasca il pacchetto, lo scartocciò e, senza pensarci più di tanto, si mise a disegnare. Disegnò una piccola madonna.
Un turista passando si fermò a guardare il suo lavoro e andandosene gli diede una monetina.
Il ragazzo si divertì di quel gesto, finì la sua madonnina e tornò a casa senza pensarci più.
Fino a quando un giorno decise che non voleva passare la sua vita chiuso nel negozio del padre, circondato dalla polvere e da cose che neanche gli piacevano.
Vendette tutto, comprò una scatola di gessetti colorati e se ne andò.
Ora girava per l’Europa, si fermava nelle città che voleva visitare, sceglieva un marciapiedi, si sedeva e disegnava una madonna, raggranellava le monetine lanciate dai passanti e quando erano sufficienti ricominciava il viaggio per la prossima città, il prossimo marciapiedi e la prossima madonnina.
Da allora sono passati molti anni, il libro che aveva tra le mani e che mi consigliò di leggere, lo tengo come uno dei più cari.
Il suo nome non me lo disse, ma dentro di me quando penso a lui lo chiamo Paco, e quando vedo quei ragazzi che girano il mondo fermandosi di tanto in tanto sui marciapiedi  in cerca di monetine, gliene lascio sempre qualcuna, pensando a Paco da qualche parte anche lui a disegnare madonnine.
 
La prova d’amore, ovvero un amichevole ricatto

Parte II: Ikea ovvero prove di delirio suburbano

 
Ho due amici che si sono sposati da circa un anno e che pochi giorni fa hanno messo al mondo un figliolino.
Voglio loro molto bene, perché li conosco da molti anni, e per tantissimo abbiamo formato un affiatato gruppo come quelli che si hanno da adolescenti: stavamo sempre insieme a cazzeggiare. Posso in fede affermare che sono stati gli anni della mia vita che ricordo con più tenerezza.
Il gruppo si è sfaldato dopo che una prima coppia ha procreato.
Adesso tocca a loro.
Immagino che presto ci sentiremo solo per le feste comandate.
Per il momento però, sempre per il principio della prova d’amore, una sera mi invitano a cena.
Io non me lo faccio ripetere due volte e corro a vedere come stanno e come va con il piccolissimo appena nato.
Passiamo una piacevole serata.
Ad un certo punto lui mi fa, a tradimento: “ Hai da fare domani mattina?” (sabato n.d.a) “sai io devo andare all’Ikea ma da solo non ce la posso proprio fare, devo comprare il fasciatoio per il piccolo, ti prego senza di te sono perduto perché non posso caricare e scaricare i pacchi e nessuno può aiutarmi se no non te lo chiederei”.
Io mi faccio prendere alla sprovvista, non ho una scusa pronta, mi dispiace lasciarli nei guai, alla fine accetto, così il giorno seguente, dopo una settimana di lavoro, mi sveglio alle otto con la vana speranza che se arriviamo presto ne usciamo anche presto.
Vana speranza.
Chiunque sia andato da Ikea sa che alla porta dovrebbero scrivere “perdete ogni speranza o voi che entrate”.
A nulla vale la mia idea di evitare il giro obbligato cominciandolo dalla fine dove si trova appunto il reparto bambini.
Senza capire come sia potuto accadere, dopo avere trovato il fasciatoio prescelto dalla signora rimasta comodamente a casa, via internet, è stato un attimo ed una sola frase di lui: “aspetta, voglio vedere delle librerie” e ci siamo infilati nel malefico gorgo, e siamo stati inghiottiti dalla gente che faceva il giro e non c’è stato più nulla da fare: la libreria ci ha perduto.
La folla ci ha inglobato e via, prigionieri nel quadro svedese.
Per non farci mancare nulla abbiamo fatto anche il giro al mercatone del piano terra.
Siamo usciti da quel luogo maledetto dopo sei ore e un mal di schiena memorabile.
Ma si sa, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, e,  infatti il giochino del carica in macchina, attraversa le periferie della città da est a ovest e scarica dalla macchina, sono stati il vero divertimento.
Io tornata a casa mi sono dovuta mettere a letto e mi sono tenuta il mal di schiena per tutta la settimana successiva.
E tutto questo, per avere accettato un innocuo invito a cena!
La prova d’amore: ovvero un amichevole ricatto

Prologo

 
Ah gli amici!
Chi non ne ha e vorrebbe averli.
Chi ne ha e vorrebbe non averli.
Io il più delle volte mi sento a mio agio con gli amici che ho.
Il più delle volte, dicevo, perché mi capita spesso di imbufalirmi proprio con le persone a cui voglio bene. Io sto lì, vivo, e il mio sentimento è costante, il mio voler bene non subisce apprezzabili scosse, fino a quando, ad un certo punto della mia e delle loro vite, inevitabile, fatidico, arriva il momento. Viene infatti il giorno, oppure i giorni, per i più indefessi, in cui uno o più dei miei amati amici mi chiede la “prova d’amore”.
Ora si sa che poiché siamo grandi e siamo diventati civili e consapevoli, la faccenda si svolge nel pieno rispetto delle altrui esigenze e pertanto nessuno pronuncia la fatidica frase: “se mi vuoi bene fai questo” perché sarebbe ormai inappropriata se non addirittura inurbana.
Purtuttavia, anche senza pronunciare queste fatidiche sentenze, essi chiedono, sottintendendo che il fatto stesso che ci si voglia bene comporta una dimostrazione pratica di un sentimento che come si sa agli occhi risulta invisibile.
 

Parte I: il telefono è un elettrodomestico pericoloso, ovvero a volte insistono

Il primo esempio che mi sento di portare qui è quello di una mia infaticabile amica.
Lei non è una donna è un ministro.
Dentro di me l’ho sempre chiamata “Ministro degli Affari Inutili”, nel senso che anche se per puro caso, un giorno avesse poco o nulla da fare, lei vivrebbe questo suo ozio come un compito da portare a termine il più velocemente possibile.
La mia amica ha un marito e una figlioletta.
Il marito è molto spesso fuori città per lavoro.
Lei unilateralmente ha deciso che io, proprio io, devo farle compagnia, perché io sono la sua amica più libera perché non ho figli.
Ci terrei ad aprire una parentesi per sottolineare questo errato sillogismo creato dalla sua mente: le donne senza figli hanno più tempo libero, io non ho figli, io ho più tempo libero di lei, che invece, come ho detto, una figlia ce l’ha.
Non importa che io lavori e lei no.
Per definizione io ho tempo e lei no.
Comunque.
Dicevo, dopo aver preso questa risoluzione, un po’ come fosse l’ONU, ed avermela comunicata con una circolare, ha anche deciso che ci dobbiamo vedere quando il marito non c’è, quindi una settimana sì e una no.
Nella settimana sì, io debbo scegliermi un giorno in cui andare a dormire da lei.
Con molta fatica sono riuscita a farle capire che dormire fuori casa mi stanca, che non mi fa piacere uscire la mattina per andare a lavorare e portarmi la valigia per poi non ripassare per casa, andare a dormire da lei e poi la mattina dopo andare al lavoro e poi rincasare dopo due giorni.
Scampato il pericolo della dormita adesso sono incastrata lo stesso perché debbo comunque andare a trovarla e farmi coinvolgere in commissioni infinite oppure ne baby sitting alla sua bambina. Anche perché il grave sospetto che ho è che più che compagnia lei voglia qualcuno che le intrattenga la bambina mentre lei espleta i milioni di compiti che si affida per sopperire al suo horror vacui!
Neanche posso semplicemente telefonarle per sapere come sta, per fare quattro chiacchiere, perché lei interpreta il telefono come un mezzo per fare appuntamenti.
La telefonata, che dura in media una quarantina di secondi, in genere si svolge così:
Io: Ciao come stai?
Lei: Bene grazie, ascolta mio marito non c’è quindi ci possiamo vedere mercoledì alle 18.00, oppure giovedì alle 17.30 o venerdì alla stessa ora, se non puoi, sabato puoi venire a dormire o domenica a pranzo.
Io: Ah, beh, che dirti, fammici pensare, in effetti, non lo so come sono messa, vabbè facciamo venerdì.
Risultato? È da più di un mese che non la chiamo per evitare di essere catturata.
Potrei chiedere l’aiuto di Emergency?
 
continua