La prova d’amore: ovvero un amichevole ricatto

Prologo

 
Ah gli amici!
Chi non ne ha e vorrebbe averli.
Chi ne ha e vorrebbe non averli.
Io il più delle volte mi sento a mio agio con gli amici che ho.
Il più delle volte, dicevo, perché mi capita spesso di imbufalirmi proprio con le persone a cui voglio bene. Io sto lì, vivo, e il mio sentimento è costante, il mio voler bene non subisce apprezzabili scosse, fino a quando, ad un certo punto della mia e delle loro vite, inevitabile, fatidico, arriva il momento. Viene infatti il giorno, oppure i giorni, per i più indefessi, in cui uno o più dei miei amati amici mi chiede la “prova d’amore”.
Ora si sa che poiché siamo grandi e siamo diventati civili e consapevoli, la faccenda si svolge nel pieno rispetto delle altrui esigenze e pertanto nessuno pronuncia la fatidica frase: “se mi vuoi bene fai questo” perché sarebbe ormai inappropriata se non addirittura inurbana.
Purtuttavia, anche senza pronunciare queste fatidiche sentenze, essi chiedono, sottintendendo che il fatto stesso che ci si voglia bene comporta una dimostrazione pratica di un sentimento che come si sa agli occhi risulta invisibile.
 

Parte I: il telefono è un elettrodomestico pericoloso, ovvero a volte insistono

Il primo esempio che mi sento di portare qui è quello di una mia infaticabile amica.
Lei non è una donna è un ministro.
Dentro di me l’ho sempre chiamata “Ministro degli Affari Inutili”, nel senso che anche se per puro caso, un giorno avesse poco o nulla da fare, lei vivrebbe questo suo ozio come un compito da portare a termine il più velocemente possibile.
La mia amica ha un marito e una figlioletta.
Il marito è molto spesso fuori città per lavoro.
Lei unilateralmente ha deciso che io, proprio io, devo farle compagnia, perché io sono la sua amica più libera perché non ho figli.
Ci terrei ad aprire una parentesi per sottolineare questo errato sillogismo creato dalla sua mente: le donne senza figli hanno più tempo libero, io non ho figli, io ho più tempo libero di lei, che invece, come ho detto, una figlia ce l’ha.
Non importa che io lavori e lei no.
Per definizione io ho tempo e lei no.
Comunque.
Dicevo, dopo aver preso questa risoluzione, un po’ come fosse l’ONU, ed avermela comunicata con una circolare, ha anche deciso che ci dobbiamo vedere quando il marito non c’è, quindi una settimana sì e una no.
Nella settimana sì, io debbo scegliermi un giorno in cui andare a dormire da lei.
Con molta fatica sono riuscita a farle capire che dormire fuori casa mi stanca, che non mi fa piacere uscire la mattina per andare a lavorare e portarmi la valigia per poi non ripassare per casa, andare a dormire da lei e poi la mattina dopo andare al lavoro e poi rincasare dopo due giorni.
Scampato il pericolo della dormita adesso sono incastrata lo stesso perché debbo comunque andare a trovarla e farmi coinvolgere in commissioni infinite oppure ne baby sitting alla sua bambina. Anche perché il grave sospetto che ho è che più che compagnia lei voglia qualcuno che le intrattenga la bambina mentre lei espleta i milioni di compiti che si affida per sopperire al suo horror vacui!
Neanche posso semplicemente telefonarle per sapere come sta, per fare quattro chiacchiere, perché lei interpreta il telefono come un mezzo per fare appuntamenti.
La telefonata, che dura in media una quarantina di secondi, in genere si svolge così:
Io: Ciao come stai?
Lei: Bene grazie, ascolta mio marito non c’è quindi ci possiamo vedere mercoledì alle 18.00, oppure giovedì alle 17.30 o venerdì alla stessa ora, se non puoi, sabato puoi venire a dormire o domenica a pranzo.
Io: Ah, beh, che dirti, fammici pensare, in effetti, non lo so come sono messa, vabbè facciamo venerdì.
Risultato? È da più di un mese che non la chiamo per evitare di essere catturata.
Potrei chiedere l’aiuto di Emergency?
 
continua
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