La vita istruzioni per l’uso

Una volta, molto tempo fa, durante un viaggio in treno, quando gli eurostar non esistevano ancora, quando viaggiare mi piaceva di più, quando i vagoni dei treni erano ancora fatti di scompartimenti da sei posti, con il corridoio laterale tenuto fuori da una porta scorrevole che ti racchiudeva all’interno di una capsula in movimento, dentro scuro e fuori luce abbagliante di verde di blu; una volta, dicevo, nello scompartimento di un treno di seconda classe, mentre ero intenta alla mia attività preferita guardando dal finestrino l’Italia che si stendeva docile ai miei piedi, entrò un bel ragazzo bruno di occhi e di capelli, e si venne a sedere proprio di fronte a me.
Io lo guardai, lo trovai molto bello, continuai a guardare fuori con l’occhio sinistro e a guardare lui, con l’occhio destro.
Dopo essersi sistemato comodo, il ragazzo prese un libro dal suo zaino e cominciò a leggerlo distrattamente.
La vita istruzioni per l’uso, di Gorges Perec.
Il ragazzo aveva la punta delle dita colorata da quel genere di sporco che si fatica a togliere perché è lo sporco del proprio lavoro, e di un lavoro che non finisce mai. Aveva le dita sporche di gesso colorato.
Leggeva, ma alzava spesso gli occhi con un sorriso inquieto.
Fino a che i nostri sguardi si incontrarono e lui mi sorrise e cominciò a parlarmi. Aveva una voce calma, sonora, rotonda, un’inflessione un po’ cantilenante, sembrava cantasse più che parlare.
Era portoghese, di Lisbona, e parlando allungava i tempi delle parole e delle vocali.
Mi raccontò che a Lisbona aveva un negozio di antiquariato che gli era stato lasciato dal padre. Che lì dentro passava le giornate tra mobili e quadri.
Quando non ne poteva più di essere circondato da cose morte andava a vedere il Tago, con il suo movimento di grande fiume, di fiume lento e calmo, come sono i portoghesi.
Un giorno che aveva comprato dei gessetti colorati per i suoi nipoti, passeggiando nella grande Praça do Commercio si sedette a terra, tirò fuori dalla tasca il pacchetto, lo scartocciò e, senza pensarci più di tanto, si mise a disegnare. Disegnò una piccola madonna.
Un turista passando si fermò a guardare il suo lavoro e andandosene gli diede una monetina.
Il ragazzo si divertì di quel gesto, finì la sua madonnina e tornò a casa senza pensarci più.
Fino a quando un giorno decise che non voleva passare la sua vita chiuso nel negozio del padre, circondato dalla polvere e da cose che neanche gli piacevano.
Vendette tutto, comprò una scatola di gessetti colorati e se ne andò.
Ora girava per l’Europa, si fermava nelle città che voleva visitare, sceglieva un marciapiedi, si sedeva e disegnava una madonna, raggranellava le monetine lanciate dai passanti e quando erano sufficienti ricominciava il viaggio per la prossima città, il prossimo marciapiedi e la prossima madonnina.
Da allora sono passati molti anni, il libro che aveva tra le mani e che mi consigliò di leggere, lo tengo come uno dei più cari.
Il suo nome non me lo disse, ma dentro di me quando penso a lui lo chiamo Paco, e quando vedo quei ragazzi che girano il mondo fermandosi di tanto in tanto sui marciapiedi  in cerca di monetine, gliene lascio sempre qualcuna, pensando a Paco da qualche parte anche lui a disegnare madonnine.
 
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