Amapola

Il ragazzo avrà vent’anni. I capelli scomposti e le mani grandi.
Sta fumando una sigaretta e parla con un amico. Ogni tanto si gira a guardarmi.
Intorno c’è fumo e rumore. Musica convenzionale.
Molte parole sfuggono ai rispettivi discorsi e toccano le mie orecchie.
Bevo un bicchiere di bollicine. Mi mettono allegria.
Me lo potessi permettere non berrei altro che champagne.
Non ho voglia di chiacchierare. Il bicchiere tra le mani mi tiene ottima compagnia.
Il mio sguardo vaga sulle cose, sulle persone ma continua a poggiarsi sul ragazzo, che adesso mi dà le spalle.
Parla, tanto, ancora fuma. Porta la camicia fuori dai pantaloni.
Il suono della sua voce mi raggiunge a tratti. Non capisco cosa sta dicendo.
Ride col suo amico. Poi si gira verso di me che lo sto guardando. Mi fa un cenno.
Io vorrei avvicinarmi, ma mi piace di più guardarlo da lontano.
Dopo un po’ decido di fare qualche passo verso di loro.
Il suo amico fa una battuta. Ridiamo.
Lui ride guardandomi. Io lo guardo ridendo.
L’amico si dilegua alla prima occasione.
Dallo stereo una musica antica mi incanta: Amapola, lindissima Amapola, será siempre mi alma tuya sola…
So già come andrà a finire, e non ho voglia di pensare a niente.
Voglio solo bollicine al posto dei pensieri. Voglio sentire lo scatto, impercettibile, inequivocabile, con cui il mio cervello si disconnette dal mio corpo.
Le bollicine fanno il loro lavoro. Il ragazzo si fa più vicino mentre mi parla.
Gli rispondo facendomi vicina.
I gesti fanno il loro lavoro. Mi basta prenderlo per mano e portarlo con me.
Non conosco neanche il suo nome.
Il mio stanotte sarà  Amapola.
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