Archivi per il mese di: maggio, 2007
Un certo giovane Holden
 
Un’amica di mia madre ha un figlio che frequenta il quarto ginnasio.
Lo incontro qualche giorno fa.
Aveva appena fatto un compito di italiano.
Ora i compiti di italiano che si fanno oggigiorno sono diventati qualcosa che non capisco tanto bene (questa è la persona anziana che c’è in me, fra qualche post scriverò anche che non ci sono più le mezze stagioni!), per cui mi divertiva farmi spiegare di cosa si trattasse.
Lui mi dice che dovevano fare l’analisi di un brano.
Ah, faccio io, e che brano?
Una cosa che mi è molto piaciuta, lo scrittore non me lo ricordo bene ma si parlava di un certo giovane Holden.
È lì che mi sono intenerita.
Un certo giovane Holden.
Ancora mi ripeto questa frase e sorrido.
A parte il fatto che J.D. Salinger è forse il mio scrittore preferito della vita.
Lo scrittore perfetto.
A parte che quel libro, insieme agli altri suoi tre, negli anni l’ho letto un numero imprecisato di volte.
Mi ha intenerito un ragazzetto con milioni di cose da scoprire che mi dice che nel brano si parlava di un certo giovane Holden.
L’ho pescato in libreria e adesso lo sta leggendo anche lui. Buona scoperta.
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Mi ricordo di te.
Mi ricordo sempre di te.
Di quando andavamo in giro mano nella mano. Avevi le mani grandi, calde e asciutte.
Mi ricordo quando passavamo i pomeriggi nella tua stanza.
A sentire la musica dai grandi dischi di vinile, profumati di nero. Quando imparavo a poggiare la puntina del piatto sul solco esatto. Bastava tenere il polso fermo e le dita leggere.
A rollare canne e sigarette. A leggere libri ad alta voce, io a te, tu a me, ognuno sceglieva i suoi passi preferiti e cercava di fare innamorare l’altro di quello stesso libro, di quello stesso passo.
Mi ricordo di te mentre dormivi a pancia in su, con le braccia aperte.
E non ti svegliavi neanche quando io decidevo di venirti a dormire addosso.
Mi ricordo di te mentre mangiavi. Mamma mia quanto eri in grado di mangiare. Mischiavi ogni cibo con tutti gli altri, creavi dei bocconi indecorosi, aprivi quel forno di bocca e mentre masticavi gli occhi ti sorridevano di soddisfazione.
Mi ricordo anche di quando sparivi senza lasciare traccia e mi lasciavi ad aspettare che tornassi domandandomi che cosa cavolo facevi di tento segreto che io non dovessi sapere.
Mi ricordo di quando tornavi, stanco, affaticato, e un po’ taciturno. Allora toccava a me farti ridere, raccontarti una cosa, mettere su un tè  e un disco e aspettare che ti calmassi.
Mi dicesti una volta che sarebbe venuto il giorno che non saresti più tornato indietro. E mi mostrasti il perchè delle tue sparizioni. Gridammo, gridai io, gridasti anche tu, piangemmo. Tu capivi molte più cose di me. Io le ho capite in tutto il tempo che è venuto dopo.
Mi ricordo quando venne quel giorno e non tornasti più.
E sono passati giorni e poi mesi e poi anni.
E ancora mi ricordo di te.
 
Non soffro di sdoppiamento della personalità…
… Io neppure!*
 
– E comunque…
– Che vuol dire e comunque…? Non si comincia una frase così, e neanche si finisce se è per questo.
– Sì, no, hai ragione dicevo “e comunque…” tanto per dire, tanto per esprimere sai quei momenti, quelli in cui magari vorresti anche dire qualcosa, ma poi ogni parola sembra inutile o già detta, logora. E a pensarci meglio anche lo stato d’animo ti sembra già provato mille volte, sfilacciato, sgualcito. Il solito momento in cui vorresti pure dire qualcosa ma non viene fuori niente di decente. In questi casi “e comunque…” ci può stare, no?
– Ma che razza di ragionamento, e comunque stai scrivendo su un blog, un posto dove chiunque può leggerti e insomma un po’ di verecondia, un po’ di costumanza, fai pur finta di avere qualcosa da dire, un motto di spirito, una battuta. E se no che scrivi a fare ? Tanto vale che fai un po’ di ricamo, un punto croce, un po’ di uncinetto, magari ti si addice di più, razza di capra che altro non sei. A volte mi fai davvero cadere le braccia.
– L’hai detto anche tu “e comunque…” e, se è per puntualizzare neanche ce le hai le braccia, sei puro spirito, sei una parte di me. Tra l’altro sei anche quella parte fastidiosa, quella che non fa altro che borbottarmi contro e non vai bene qui, e non sta bene là.  Ma possibile che sei così petulante? Mi dico è possibile, dato che anche tu se mezza me? Magari poi sei solo un quarto non ti fare grosse illusioni.
– Perché? Pensi che potremmo essere in quattro qui dentro? Va bene che sei ingrassata, ma lo sai che la mancanza di spazio mi infastidisce.
– Io quante siamo non lo so, ma a volte ti trovo più simpatica, meno acida, quindi i casi sono due: o quando mi sembri migliore non sei tu, e c’è n’è un’altra ancora oltre te, o non sono io che ti trovo più simpatica e allora c’è n’è una oltre me, in tutti i casi vedi che siamo più di due.
– Tu a me mi sembri sempre uguale, sempre noiosa come sei, quindi vedi che secondo me ti sbagli e siamo solo noi due.
– E comunque… “tu a me mi” non è poi un gran che come frase cara la mia trombona quindi sai che ti dico? Forse non siamo né in tre né in due. Forse sono solo io che mi annoio e mi parlo addosso. Quindi vattene, fammi il piacere e lasciami un po’ parlare come mi pare.
– E comunque…
*La battuta non è mia, diciamo che è una specie di omaggio!
 
Po-popopopo-popopopo*

 
C’è una canzone, a cui sono molto affezionata, che ogni volta che la ascolto, nell’esatto momento in cui inizia, crea nei miei occhi l’immagine di un ricordo lontanissimo e bellissimo di me bambina.
La canzone è Lugano addio, di Ivan Graziani, 1977 (io allora sei anni).
Comincia così: “Le scarpe da tennis bianche e blu seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento …”
Sono nella Cinquecento blu di mio padre, col volante bianco e il tettuccio che si apriva azionando una levetta nera e bisognava spingerlo indietro con un colpo del braccio.
Sono in piedi, sul sedile rosso, accanto a lui che guida e tengo la testa fuori dalla macchina.
È estate, il vento mi scompiglia i capelli, si infila negli occhi, nel naso, mi fa ridere.
Siamo a Sapri, e stiamo percorrendo una strada costiera a picco sul mare che ci porterà ad Acquafredda, luogo in cui ho passato quasi tutte le estati della mia vita.
Il mio luogo dell’anima.
La strada è tutta fatta di tornanti e di curve che si arricciano e si accavallano, una sull’altra: da un lato la montagna, sui cui fianchi noi stiamo passeggiando, dall’altro il mare, Sua Azzurrità.
E non solo il mare è azzurro, è azzurra l’aria, il vento, l’estate l’allegria, gli scogli ispidi sotto di noi. Sono azzurri i piccoli falchi marroni che volteggiano sulle nostre teste e poi si tuffano, spariscono, e poi riappaiono.
Sono le mie risate di bambina ad essere tutte echeggianti di azzurro. È azzurro mio padre che ride delle mie risate e guida e canta.
A quell’epoca le autoradio non esistevano ancora, ma il mio ingegnoso papà ne sapeva una più del diavolo.
Tenevamo in macchina, anzi lo tenevo io sulle gambe quando non decidevo di alzarmi e tirare fuori la testa, un mangianastri che dire che era orribile è poco.
Era tutto ricoperto di listelli di finto legno marrone e, ancora mi ricordo, aveva dei tasti grandissimi, neri, quadrati, che io non riuscivo mai a schiacciare bene perché erano durissimi.
Faceva “tud” ogni volta che si premeva eject e si apriva lo sportellino della cassetta.
Da quell’improvvisata autoradio, quella mattina d’estate, mentre io stavo in piedi sul sedile della cinquecento blu e andavo al mare con mio padre, Ivan Graziani cantava, con quella sua voce un po’ appuntita, la storia di Marta che salutava Lugano. Ed io che Lugano neanche sapevo dove fosse, mi immaginavo questa donna con i “capelli fermi come il lago” e le labbra rosse.
Sempre così io, tutta la vita.
A immaginare storie, a raccontarmele a farmele raccontare.
Anche allora, soprattutto allora, ascoltavo una canzone e avevo tutto intorno i personaggi e loro, una volta arrivati a stare da me, non mi abbandonavano mai più.
Oggi pomeriggio, mentre stavo seduta su un sedile di plastica della metropolitana di Napoli è stato un attimo ricordare Marta e Lugano e la cinquecento blu con mio padre dentro che rideva e quella bambina e quel mare che non tornerà mai più.
 
* questa è la musica, la canzone inizia così!