Po-popopopo-popopopo*

 
C’è una canzone, a cui sono molto affezionata, che ogni volta che la ascolto, nell’esatto momento in cui inizia, crea nei miei occhi l’immagine di un ricordo lontanissimo e bellissimo di me bambina.
La canzone è Lugano addio, di Ivan Graziani, 1977 (io allora sei anni).
Comincia così: “Le scarpe da tennis bianche e blu seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento …”
Sono nella Cinquecento blu di mio padre, col volante bianco e il tettuccio che si apriva azionando una levetta nera e bisognava spingerlo indietro con un colpo del braccio.
Sono in piedi, sul sedile rosso, accanto a lui che guida e tengo la testa fuori dalla macchina.
È estate, il vento mi scompiglia i capelli, si infila negli occhi, nel naso, mi fa ridere.
Siamo a Sapri, e stiamo percorrendo una strada costiera a picco sul mare che ci porterà ad Acquafredda, luogo in cui ho passato quasi tutte le estati della mia vita.
Il mio luogo dell’anima.
La strada è tutta fatta di tornanti e di curve che si arricciano e si accavallano, una sull’altra: da un lato la montagna, sui cui fianchi noi stiamo passeggiando, dall’altro il mare, Sua Azzurrità.
E non solo il mare è azzurro, è azzurra l’aria, il vento, l’estate l’allegria, gli scogli ispidi sotto di noi. Sono azzurri i piccoli falchi marroni che volteggiano sulle nostre teste e poi si tuffano, spariscono, e poi riappaiono.
Sono le mie risate di bambina ad essere tutte echeggianti di azzurro. È azzurro mio padre che ride delle mie risate e guida e canta.
A quell’epoca le autoradio non esistevano ancora, ma il mio ingegnoso papà ne sapeva una più del diavolo.
Tenevamo in macchina, anzi lo tenevo io sulle gambe quando non decidevo di alzarmi e tirare fuori la testa, un mangianastri che dire che era orribile è poco.
Era tutto ricoperto di listelli di finto legno marrone e, ancora mi ricordo, aveva dei tasti grandissimi, neri, quadrati, che io non riuscivo mai a schiacciare bene perché erano durissimi.
Faceva “tud” ogni volta che si premeva eject e si apriva lo sportellino della cassetta.
Da quell’improvvisata autoradio, quella mattina d’estate, mentre io stavo in piedi sul sedile della cinquecento blu e andavo al mare con mio padre, Ivan Graziani cantava, con quella sua voce un po’ appuntita, la storia di Marta che salutava Lugano. Ed io che Lugano neanche sapevo dove fosse, mi immaginavo questa donna con i “capelli fermi come il lago” e le labbra rosse.
Sempre così io, tutta la vita.
A immaginare storie, a raccontarmele a farmele raccontare.
Anche allora, soprattutto allora, ascoltavo una canzone e avevo tutto intorno i personaggi e loro, una volta arrivati a stare da me, non mi abbandonavano mai più.
Oggi pomeriggio, mentre stavo seduta su un sedile di plastica della metropolitana di Napoli è stato un attimo ricordare Marta e Lugano e la cinquecento blu con mio padre dentro che rideva e quella bambina e quel mare che non tornerà mai più.
 
* questa è la musica, la canzone inizia così!
                                 
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