Archivi per il mese di: giugno, 2007
Alla 11 sono in 11! ovvero: il mistero degli 11
 
Sulla porta chiusa c’era il numero 11.
Dall’interno non venivano suoni. Sembrava che dentro non ci fosse nessuno.
– Possiamo fare tutto il baccano che ci pare – pensarono i due ospiti della stanza numero 10, collocata giusto di fronte.
Era uno strano albergo, per turisti di passaggio, piccolo, tutto sviluppato in altezza, senza corridoi, solo scale, che di pianerottolo in pianerottolo, si facevano sempre più ripide. Le stanze 10 e 11 erano le ultime due, quelle più in alto. Una specie di attico senz’attico.
Quella sera, anzi quella notte, i due udirono un improvviso aprirsi e chiudersi di porte, voci, brevi frasi, come di persone frettolose.
I due ragazzi della 10, che avevano trovato in quella stanza il rifugio che offre un’isola deserta e che si aggrappavano al letto che vi troneggiava dentro come ad una zattera in mezzo al mare, se ne dispiacquero: – Mi sa che è arrivato qualcuno all’11, speriamo di non avere fatto troppo rumore – disse lei.
All’alba, forse non proprio all’alba, ma comunque troppo presto di mattina per chi ha dormito poche ore, ancora un sbattere di porte e voci che sembravano diverse da quelle della sera precedente. All’11 si facevano sentire. Forse il rumoreggiare con la porta era un modo di vendicarsi dell’insonnia notturna causata dai ragazzi del 10 che erano stati davvero fragorosi.
– Ma quanti sono lì dentro? Le voci sembrano sempre diverse.
– Saranno 11. Una squadra di calcio in ritiro. Per risparmiare la società li ha stipati tutti dentro una sola stanza di due metri per tre. Forse si stano allenando. Avranno soppalcato il bagno.
– Certo che stanno facendo un putiferio.
Il giorno dopo alla stessa ora, la stessa polifonia vocale e lo stesso strepitare di porte e serrature.
Lassù al 10 i ragazzi decisero di indagare.
Cominciarono con lo sbirciare sotto la porta, ma riuscivano ad intuire solo ombre in movimento sul pavimento.
Guardare dalla serratura era risultato inutile, non si vedeva nulla.
In un momento di temerarietà arrivarono a poggiare l’orecchio sulla porta, ma ci capirono meno di prima.
– Forse sono usciti, forse ce n’è qualcuno nella hall, forse dato che la stanza è piccola si sono divisi un due gruppi, attaccanti nella hall, difensori in camera. Il portiere si starà allenando nella stanza della colazione.
Ma nella piccolissima hall, nessuna traccia, solo un ragazzetto dietro il bancone, con l’aria sonnolenta e uno strano accento che faceva dubitare della sua provenienza.
Dovremo appostarci con più serietà – dissero i due ragazzi.
Fuori Firenze luccicava nel sole, bella come il fondale di un teatro, solcata da eserciti di turisti per lo più pallidi e molto accaldati, la città più italiana d’Italia trasformata, da quelle truppe in incessante movimento, in uno sfondo luminoso senza identità.
I due ragazzi la attraversavano stupiti a tratti, ma per lo più indifferenti, si tenevano per mano e le loro mani erano Firenze. Tanto bastava.
Ogni volta che rientravano, per gioco, salutavano gli inafferrabili abitanti della stanza numero 11: Buon lavoro!
Quando arrivò anche per loro il momento di partire e quindi di separarsi, cercarono di stemperare l’angoscia giocando ancora una volta agli investigatori.  Arrivata l’ora consueta, alcune voci si chiamarono, tra un pianerottolo e l’altro. In realtà gli undici c’erano senza esserci.
Erano sparpagliati un po’ in varie stanze.
L’abitante effettivo della stanza di fronte risultò chiamarsi Lello.
Erano undici quindi ma non lo erano tutti insieme.
I due della 10 chiusero le valigie, si presero per mano e attraversarono ancora Firenze, la guardarono sfilare ai loro piedi.
Ma vedevano solo le loro mani.
 
Jack in the box
 
Sei saltato fuori da una scatola.
Una scatola chiusa e tenuta insieme da corde strette.
Da lacci inestricabili.
Da cerniere di ferro e di osso.
Serrata, inviolabile, arma antica contro il mondo di fuori.
Eppure.
All’improvviso sei saltato fuori, ridendo, come un pupazzetto a molla che vuole per dispetto spaventare e poi ridere dello spavento altrui.
Col sorriso di un ragazzino con la risata di un uomo.
E sì, jack in the box, ho ancora negli occhi il salto e la piroetta.
E proprio per questo sorrido adesso, senza spavento.
Mal di stomaco
 
Il ricettacolo di tutte le mie pene, ormai è acclarato, è lo stomaco.
Dobbiamo rassegnarci (io e lui) all’evidenza.
Ogni accadimento fastidioso, piccolo o grande che sia, in men che non si dica, trova residenza e risonanza lì dentro.
E più cerco di ignorarlo, di sminuirlo, più me ne disinteresso, più lui, malvagio, si accanisce e scatena il disastro.
Capisco anche che essere abitato dalle mie ansie non deve essere piacevole.
Tuttavia reagire sempre in modi devastanti mi sembra quanto meno indice di una certa mancanza di educazione.
E poi potrei anch’io fare le mie rimostranze: essere abitata da un organo digestivo tanto esigente non è il massimo della vita.
L’altra sera, ad esempio, ero al cinema e sono stata colta da un attacco di fame inconsulta, oserei dire isterica se la parola non mi dispiacesse. Per fortuna l’amico che era con me mi ha teneramente assecondato ed è andato al bar, tornando indietro con pringles, fonzies e cipster, tanto per non dovermi costringere a scegliere (diciamo che aveva fame anche lui).
Il tutto è stato sonoramente ingurgitato durante la visione dell’ultimo film di Tarantino.
Diciamo ancora che mangiare patatine transgeniche mentre sullo schermo si spappolavano corpi di donne, non mi ha fatto tanto bene.
Ma la vera crisi l’ho avuta ieri: ero nervosa, avevo avuto la sensazione di aver fatto arrabbiare un amico, mi ero spaventata senza un motivo reale a causa di uno strano groviglio esistenziale che mi sta travolgendo.
Tutto questo papocchio ha prodotto un orrendo garbuglio: la sensazione di avere un pugno al posto dello stomaco, ondate di nausea, sensazione di panico fisico.
Cominciavo a pensare di essermi beccata l’influenza, quando ho avuto un’illuminazione.
Ho capito che dovevo fare una telefonata che non avevo il coraggio di fare. Coraggio poi, è una parola grossa, ma alla fine grossa o no, era un intero telefono, una enorme cabina telefonica, che avevo sullo stomaco.
Ho fatto un respiro e ho schiacciato il tasto verde del telefonino.
La voce che temevo.
Una frazione di secondo di imbarazzo, poi, le parole, salvifiche, il tono, l’ironia. Ho capito che avevo creato una bolla d’ansia immotivata.
Il mal di stomaco mi lasciava con una progressione mai provata prima.
Fino alla prossima bolla d’ansia.
Fino al prossimo groviglio esistenziale.
Fino al prossimo mal di stomaco.
Dura la vita.