Archivi per il mese di: settembre, 2007

Volevamo l’autunno?
Volevamo che le care vecchie stagioni ritornassero di moda?
Volevamo l’abbassamento delle temperature?
Volevamo che le città respirassero e si ripulissero?
Volevamo la pioggia?
Eccoci accontentati.
Stamattina una città impreparata (come del resto è impreparata ad ogni tipo di evenienza) si è svegliata sotto una bella pioggia battente. Traffico, clacson impazziti, in pochi metri incidenti tra uomini, cose, animali (fiori, frutti, città).
E allagamenti fuori controllo.
Poichè sta ancora piovendo entro stasera franerà qualche strada a scelta.
Ben tornato autunno!

P.S. ma io sono contenta lo stesso, che piove!

 

7.48
 
Non mi ricordo quando per me è cominciato il triste rito della sveglia. Tirare su il tastino del malefico orologio, controllare che la lucina rossa sia accesa e l’ora regolata. Quando andavo a scuola mi svegliava amorevolmente la mia mamma.
Da quando questo compito è stato delegato alla sveglia, tutte le mie ansie si sono catalizzate sui numerini rossi dell’orologio, tanto che adesso sul comodino ne ho uno enorme così che appena apro gli occhi l’ora mi aggredisce in tutta la sua implacabile evidenza.
Poiché, come si sarà capito, sono una ragazza ansiosa, tendente all’agitazione perpetua, e oltre che ansiosa sono anche pigra e parecchio accidiosa, il risveglio alle 7.30 per andare al lavoro mi causa uno stress che sopporto a stento.
Così per arginarmi ho escogitato mille modi.
La sera prima di andare a letto preparo i vestiti che indosserò il giorno dopo, come mia mamma mi insegnò quando andavo, credo, alle elementari. In questo modo la metà delle volte non ci azzecco col tempo che farà e soffro il troppo caldo, il troppo freddo e  il troppo tiepido. Il troppo umido e così via.
Sempre la sera mi preparo il pranzo da portare al lavoro e lo inscatolo nella mia giberna di latta, così da non dovermene occupare fino a quando, arrivata in ufficio, d’inverno lo poggio sulla stufa per riscaldarlo, d’estate lo metto in frigorifero.
Quando arriva il fatidico momento del suono della sveglia, il più delle volte la mia ansia ha già attivato il mio orologio interiore (che all’orologio biologico gli fa un baffo!) così che apro gli occhi esattamente alle 7.29. Come saggiamente diceva Charlie Brown: “quando devi alzarti alle 7.30 le 7.29 sono il momento peggiore della giornata”; allora spengo la sveglia e mi dico: fino allo scoccare delle 7.30 non mi muovo da qui!
Ma un minuto passa davvero in fretta e così, con mestizia e lentezza, mi alzo, infilo le pantofole e vado in bagno. Di solito il mio occhio destro non si apre in queste prime battute; lui deve essere parecchio più pigro di me, anche se sono quasi certa che la sua sia pura ostinazione. Lui, il mio occhio destro, si sveglia anche un minuto dopo di me, forse aspetta che il cervello si connetta, forse lo fa per dimostrarmi che la sveglia gli duole più che a me. Dato lo stato assolutamente passivo di ogni fibra del mio corpo, ho imparato che per non sbagliarmi e non uscire di casa in pantofole, come pure qualche volta ho fatto, mi aiuta compiere sempre la stessa sequenza di gesti, che finisco per fare ogni giorno mettendoci lo stesso tempo. Infatti, ogni mattina, ritorno in camera mia per vestirmi e mi seggo sul letto, guardo l’orologio sul comodino e leggo: 7.48.
Ogni mattina.
Mi viene da sorridere, o da preoccuparmi. Dipende dai giorni.
Da un po’ di giorni a questa parte, però, più che altro mi viene da sorridere. Perché alle 7.48 ho un appuntamento. Il mio pensiero torna a letto, in un letto lontano che sta diventando un po’ anche mio.
 
Piedigrotta

La festa di Piedigrotta, per me è sempre stata solo la notte dei fuochi d’artificio.
Ero piccola la prima volta che mi capitò di scoprire cos’erano.
Era notte, per me, notte fonda.
Ero una bambina all’antica, di quella generazione che andava a letto dopo Carosello, e quando non ci fu più Carosello … a letto lo stesso! Addirittura pensavo che dopo le nove di sera il tempo finisse, che non ci fossero le ore successive, che sull’orologio stessero a segnare solo le ore diurne.
Comunque, la prima volta che mi imbattei nei fuochi d’artificio, stavo giustappunto dormendo e mi svegliai spaventandomi a morte di quel rumore cieco che mi squarciava il sonno.
Non fu un buon inizio.
Le volte successive non andò molto meglio. Avevo paura di quelle esplosioni, pensavo alla guerra (oltre a fare parte della generazione il cui sonno e la cui veglia venivano gestiti da Carosello, io sono figlia della Guerra Fredda, della paura della guerra atomica, Il film The day after, tanto per intenderci), mi nascondevo gemendo sotto i tavoli e sotto i letti; mia madre invano tentava di spiegarmi, cercava di portarmi alla finestra per farmi vedere che al brutto rumore si accoppiava uno spettacolo bello.
Niente da fare.
Ero una bambina testarda, preferivo soffrire piuttosto che farmi convincere.
Quante feste di Piedigrotta ho rovinato a mia madre, poverina.
Pensare che a quei tempi avevamo un bellissimo balcone da cui vedevamo tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo. Uno spettacolo tanto bello: il mare di notte, la luna e i colori che esplodevano nel cielo.
E io, niente, sotto al letto. Bambina impossibile.
Poi con gli anni venne anche la ragione. O forse fu il caso che mi tese una zampa. Una di queste notti, l’8 settembre di un anno qualunque, mentre scappavo a nascondermi da qualche parte, i fuochi iniziati, occhieggiarono dalla finestra.
Io mi voltai. Ci piacemmo quasi subito. Non avevo mai voluto degnarli di uno sguardo e invece, che bello! Rosso blu, verde, oro, a fiotti colavano sul nero del cielo e brillavano, raddoppiavano nel mare.
Ora, che il balcone delle magie non ce l’ho più e che mi manca moltissimo, ora che la festa di Piedigrotta l’hanno ripristinata per chi sa quale motivo, per allietare la popolazione e farle dimenticare l’inesistente amministrazione di questa infelice città, sabato sera, mentre ero in casa e stavo andando a dormire, improvviso, il rumore dei fuochi.
Non sono scesa in strada a vederli, perché non sarebbe stata la stessa cosa ormai. 
Così sono tornati ad essere un fastidioso rumore, senza nemmeno il potere di spaventare bambini testardi.
Caselle

Lei salì in macchina.
La notte settembrina era limpida e appena fresca, il blu cupo del cielo sembrava accogliere lo sguardo con morbidezza.
– È da tanto che non ci vediamo, come stai? – disse lei, accomodandosi su un sedile che profumava di nuovo. Non si era mai abituata a quella macchina. Le sembrava sempre nuova e ogni volta che si aspettava di vederlo arrivare, si stupiva quando lo vedeva apparire in una macchina verde bottiglia, mentre quella cha aveva avuto per tanti anni era rossa. Lei lo immaginava ancora seduto al volante della macchina rossa. Come ai tempi in cui si vedevano molto spesso.
– Bene – rispose lui – hai passato delle buone vacanze?
– Ottime in effetti, erano molti anni che non facevo vacanze così lunghe e piacevoli.
Lui cominciò a raccontare con parole solite, le sue solite avventure, nel posto di mare che frequentava da anni, serate molto simili fra di loro, donne che si somigliano un po’ tutte, discorsi da vacanza.
– E tu, raccontami, ti sei fidanzata?
– Sì – disse lei, un po’ titubante.
Ancora non si era abituata a dirlo con disinvoltura, ancora le sembrava un’espressione che solo gli altri potevano usare, una parola distante, un po’ artefatta, che non corrispondeva a niente che somigliasse a quello che provava lei, allo stupore, allo stordimento, alla curiosità, alla gratitudine. Comunque il più delle volte semplificare è più facile, quindi disse: sì, mi sono fidanzata, anche se da poco tempo.
Lui la guardò, stupito, accentuando l’espressione del suo viso, per farle capire che oltre che stupito era incredulo. Dopo tanti anni gli sembrava che fosse proprio ora, disse, e chi è il fortunato?
– È un ragazzo che ho conosciuto da poco, è stato un colpo di fulmine, sai come sono fatta io, o tutto subito o niente; purtroppo vive in un’altra città e questo non rende le cose semplici.
– Vabbè, la interruppe lui, non è un così grande problema, non è un posto molto lontano dopo tutto, e che lavoro fa?
– Studia ancora, è un po’ più giovane di me. Anzi abbastanza più giovane, se devo essere sincera – lei lo guardò con un mezzo sorriso, come sempre faceva quando non sapeva bene che espressione assumere, in attesa che lui si pronunciasse. Ogni volta che si arrivava a questo punto della conversazione, lei non sapeva ancora bene come dirla questa faccenda dell’età, se buttarla lì con noncuranza oppure se prevenire lo stupore altrui facendo qualche giro di parole.
Lui sembrò stupito solo per un attimo, poi sorridendo disse: certo questo non semplifica le cose. Avete tempi di vita diversi, tu potresti avere bisogno di un rapporto diverso, più concreto, che ti dia delle sicurezze …
Lei lo interruppe.
– Sì lo so a cosa pensi, una casa, dei figli. Ci penso anche io, ci pensa anche lui. Io non lo so se è questo che voglio dalla mia vita. Se lo avessi davvero voluto, in tutti questi anni in cui sono stata sola, mi sarei trovata un fesso con cui mettere su famiglia. Le donne fanno così sai. Quando decidono che è venuta l’ora del loro orologio biologico il primo che passa va bene. Si convincono di amarlo, lo convincono di amarle, in quattro e quattr’otto il malcapitato si trova padre e marito e per alcuni mesi crede pure di essere felice. Anche io avrei potuto farlo. Mi sono detta tante volte che avrei dovuto almeno provarci, ma, niente, io non sono così. Forse vivo in un altro mondo, forse sono ancora troppo figlia per pensare di essere madre, forse ho dei tempi di maturazione molto più lunghi rispetto agli altri e quindi ancora non mi è scoppiata questa curiosa frenesia che dilaga fra le mie amiche, forse non ho un sufficiente desiderio di avere dei figli, forse sono troppo egoista. Non so quale sia il motivo. Non so se all’improvviso cambierò.
Ma io ora sono felice, sono serena, mi sento caldo nel cuore. Ho trovato una persona che mi si addice, che mi somiglia e questo mi rende euforica: ho tanto patito il pensiero che al mondo non ci fosse nessuno come me.
Se sto sbagliando pagherò io, come sempre ho fatto, come facciamo tutti.
– Guardati intorno poi, di vite anomale ce ne sono in giro molte più di quante se ne vedano. Poi parli con me, che fra poco avrò quarant’anni e ancora non ho deciso cosa voglio fare da grande. Ognuno di noi una sua vita e un suo modo di viverla. Sarebbe triste per ognuno incasellarsi in uno schema che va bene per qualcun altro. Ti auguro che questo sia il tuo schema, il tuo modo, e se è così questa cosa ti renderà felice. Che poi, a dirla tutta, non ti vedo molto nei panni di una madre casalinga, iraconda, sciatta e grassoccia che tratta male il marito perché in casa non muove un dito e lei deve pensare a tutto, e che parla con le amiche di quanta cacca ha fatto il suo bambino.
-Neanche io mi ci vedo molto.
-Allora, dove andiamo stasera?
-Una birretta?

Sono certa che i miei (pochi) lettori si staranno chiedendo cosa mi sia successo, se le vacanze mi abbiano dato alla testa, se per caso mi fossi trasferita in un’isola dei mari del sud dove non c’è la connessione internet.
Niente di tutto questo.
Solo, mi si è rotto ancora una volta il computer di casa (GRRR) (sto infatti scrivendo di stramacchio dall’ufficio) e per l’ennesima volta aspetto che me lo riparino.
Pazienza quindi, miei pochi lettori, appena le mie disgrazie informatiche saranno finite torno a pieno ritmo!
Nel frattempo non cadete preda della disperazione, dell’alcol, delle droghe sintetiche, mi raccomando!