7.48
 
Non mi ricordo quando per me è cominciato il triste rito della sveglia. Tirare su il tastino del malefico orologio, controllare che la lucina rossa sia accesa e l’ora regolata. Quando andavo a scuola mi svegliava amorevolmente la mia mamma.
Da quando questo compito è stato delegato alla sveglia, tutte le mie ansie si sono catalizzate sui numerini rossi dell’orologio, tanto che adesso sul comodino ne ho uno enorme così che appena apro gli occhi l’ora mi aggredisce in tutta la sua implacabile evidenza.
Poiché, come si sarà capito, sono una ragazza ansiosa, tendente all’agitazione perpetua, e oltre che ansiosa sono anche pigra e parecchio accidiosa, il risveglio alle 7.30 per andare al lavoro mi causa uno stress che sopporto a stento.
Così per arginarmi ho escogitato mille modi.
La sera prima di andare a letto preparo i vestiti che indosserò il giorno dopo, come mia mamma mi insegnò quando andavo, credo, alle elementari. In questo modo la metà delle volte non ci azzecco col tempo che farà e soffro il troppo caldo, il troppo freddo e  il troppo tiepido. Il troppo umido e così via.
Sempre la sera mi preparo il pranzo da portare al lavoro e lo inscatolo nella mia giberna di latta, così da non dovermene occupare fino a quando, arrivata in ufficio, d’inverno lo poggio sulla stufa per riscaldarlo, d’estate lo metto in frigorifero.
Quando arriva il fatidico momento del suono della sveglia, il più delle volte la mia ansia ha già attivato il mio orologio interiore (che all’orologio biologico gli fa un baffo!) così che apro gli occhi esattamente alle 7.29. Come saggiamente diceva Charlie Brown: “quando devi alzarti alle 7.30 le 7.29 sono il momento peggiore della giornata”; allora spengo la sveglia e mi dico: fino allo scoccare delle 7.30 non mi muovo da qui!
Ma un minuto passa davvero in fretta e così, con mestizia e lentezza, mi alzo, infilo le pantofole e vado in bagno. Di solito il mio occhio destro non si apre in queste prime battute; lui deve essere parecchio più pigro di me, anche se sono quasi certa che la sua sia pura ostinazione. Lui, il mio occhio destro, si sveglia anche un minuto dopo di me, forse aspetta che il cervello si connetta, forse lo fa per dimostrarmi che la sveglia gli duole più che a me. Dato lo stato assolutamente passivo di ogni fibra del mio corpo, ho imparato che per non sbagliarmi e non uscire di casa in pantofole, come pure qualche volta ho fatto, mi aiuta compiere sempre la stessa sequenza di gesti, che finisco per fare ogni giorno mettendoci lo stesso tempo. Infatti, ogni mattina, ritorno in camera mia per vestirmi e mi seggo sul letto, guardo l’orologio sul comodino e leggo: 7.48.
Ogni mattina.
Mi viene da sorridere, o da preoccuparmi. Dipende dai giorni.
Da un po’ di giorni a questa parte, però, più che altro mi viene da sorridere. Perché alle 7.48 ho un appuntamento. Il mio pensiero torna a letto, in un letto lontano che sta diventando un po’ anche mio.
 
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