Archivi per il mese di: ottobre, 2007

puzzolaSì, sono proprio io: una puzzola! 😉

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Nel posto dove sto io, nella mia casa, le porte non si chiudono mai.
Al massimo si socchiudono, lasciando passare spiragli di occhiate.
Nel posto dove sto io, nella mia casa, succede di guardare fuori, ma poi si capisce che si sta guardando dentro.
Nel posto dove vivo quando ci si affaccia alle finestre il panorama sembra sempre uguale, ma ad una seconda occhiata si nota che il fondo è obliquo, sbilenco, e il pavimento sdrucciolevole.
Nel mio posto le cose si aggiustano momentaneamente, trovano accomodamenti temporanei, strade traverse che portano sempre allo stesso inizio.
Nel mio posto i conti non tornano mai.
Al massimo lasciano fuori decimali lunghissimi.
Si conta e si riconta la stessa sequenza di cose e il risultato è diverso ogni volta.
Dove sto io cerchiamo di prepararci ad ogni evenienza che quando poi arriva ci coglie sempre impreparati.
E ripetiamo, ripetiamo sempre le stesse frasi, le stesse rassicurazioni a cui non sempre riusciamo a credere.
È una vita che somiglia ad una camminata sugli scogli, badando a non scivolare, a non mettere un piede in fallo. Alla spiaggia che si vede in lontananza già si sa che non si arriverà mai.
In quella casetta con le luci accese e il fumo che esce dal comignolo, che si vede da lontano, già si sa, non ci faranno entrare, non è nostra.
 
Treno di latta

Mentre i treni corrono per il mondo come gusci di latta, le nuvole si addensano.
Minacciano pioggia, poi si disperdono, si vede un pezzetto di cielo.
Lo sguardo si perde nell’indistinto verde-marrone della pianura, qualche albero, qualche casa, poco più.
Per arrivare finalmente dove le carezze hanno un suono buono, dove le mani parlano di casa, di tana, di rifugio. Per arrivare ancora una volta dove si vorrebbe restare qualche minuto in più prima di dovere andare via, ancora e ancora una volta, nell’attesa di trovare uno spazio e un tempo più clementi, più morbidi, più accoglienti.
Oggi è un giorno di curiose speranze, di desideri sbilenchi, di attesa di qualcosa che si vorrebbe senza in realtà volere. Oggi è un giorno da farfalle nella pancia.
Oggi si aspetta, prima di mettersi a sedere di nuovo su un treno di latta.

Incapienti …

… Questi sconosciuti.
Che poi mi sta venendo un terribile dubbio: e se fossi incapiente pure io?
Che nemmeno mi fa piacere esserlo.
Da un giorno all’altro ti affibbiano un titolo, et voilà!
Sei incapiente.
Nel senso che non capisci?
E cosa?
E io? Non capisco neppure io?
Argh!
Che vita faticosa!

Giacomo, l’ultimo dei torpi

C’erano una volta i torpi.
I torpi erano animali molto particolari che esistevano sulla terra molte decine di anni fa. I torpi non avevano un habitat definito, né un aspetto identificabile. Non si poteva dire di loro che, ad esempio, erano pelosi, alti venti centimetri e con il becco da papera.
No. I torpi erano animali di forma e dimensioni variabili ed erano tutti diversi tra di loro, così che non era facile, mentre se guardava uno, dire, come il bambino della pubblicità: mamma guarda, un torpo!
Proprio per questo  i torpi, non erano immediatamente classificabili nel regno animale, e soffrivano di grosse crisi di identità, mancavano di decisione e tendevano a passare inosservati, cosa che faceva di loro degli animali che non avevano nemici naturali. In pratica nessuno si accorgeva della loro esistenza e questo permetteva loro di vivere in pace, anche se un po’ solitari.
Questi curiosi animali oramai non esistono più e questo è un vero peccato, per gli zoologi, ma anche per le persone comuni, perché i torpi erano molto affettuosi e di compagnia per chi li sapeva riconoscere.
L’estinzione dei torpi non fu complicata e tragica come quella dei dinosauri, niente a che vedere con meteoriti e catastrofi, tuttavia c’è di che restarne colpiti e ce n’è abbastanza perché i genitori ammoniscano i loro figli a non commettere gli stessi errori.
Tutto cominciò quando un giorno, il torpo Giacomo, se ne andava a spasso come al solito, col giornale sotto al braccio, meditando con aria un po’ cupa, sul suo futuro.
Cammina che ti cammina, Giacomo arrivò in riva ad un piccolo stagno e pensò che era proprio un buon posto dove fermarsi a prendere un po’ di fresco.
Poco dopo che si era accomodato e che aveva inforcato gli occhiali per continuare la lettura del suo giornale, sentì dei saltelli alle sue spalle e si girò, un po’ infastidito.  
Quella che si avvicinava era Elvira, la rana fatata.
– Ciao Giacomo, sei arrivato finalmente, ti aspettavo già da un po’ ormai, temevo che non saresti più venuto.
– Ciao Elvira, come mai mi aspettavi? Io sono passato di qua per caso. Non pensavo di trovarti.
– Strano, pensavo che fossi venuto per farti esaudire un desiderio. Non lo sai che io sono una rana fatata?
– Ma non sono i ranocchi che notoriamente diventano principi azzurri o comunque hanno proprietà magiche? Da che mondo è mondo sono i ranocchi, cara Elvira, non le rane a fare sortilegi ed incantesimi!
– Quante scemenze, dici, caro Giacomo, lo sanno tutti che le favole che si raccontano in giro sono maschiliste! Non per niente le hanno scritte degli uomini: Andersen, i fratelli Grimm. Se non credi ai miei poteri, caro mio, peggio per te, ti saluto.
E con un saltello la rana Elvira si tuffò nello stagno, che da verde che era diventò tutto lilla per alcuni secondi.
Il torpo Giacomo restò parecchio confuso ed esterrefatto da quello che aveva visto e si diede a chiamare a gran voce: Elvira, Elvira, torna qui, dove sei scappata! Scusami sai sono stato proprio uno sciocco, perdonami Elvira, ed esaudisci un mio grande desiderio!
Elvira, che oltre che fatata era una rana di buon cuore, riemerse dalle acque dello stagno e disse: esaudirò il tuo desiderio più profondo!
Poi blub, tornò sott’acqua.
Lì per lì Giacomo non si accorse di nulla.
Si guardò intorno e pensò che Elvira lo avesse preso in giro.
Fece così per tornarsene a casa sua.
Mentre camminava però, si accorse che animali ed esseri umani  lo guardavano in un modo diverso. I torpi, essendo creature piuttosto indefinite, indecise, mai molto riconoscibili, tendevano a passare inosservate e questo era molto utile alla loro sopravvivenza.
Quel giorno Giacomo, tornando alla sua tana, dovette addirittura scappare da un cane che lo aveva fiutato e voleva mangiarselo.
Una cosa davvero mai successa prima!
Pensate a Giacomo che scappa con gli occhiali sul naso e il giornale sotto il braccio!
In realtà Giacomo, come un po’ tutti i torpi giovani, soffriva della sua indecisa fisionomia e del suo passare inosservato, non comprendendo che era proprio quello il giusto modo di vivere per lui. Il suo profondo desiderio era quindi quello di essere come gli altri, di diventare un torpo deciso e definito, di appartenere ad una specie che tutti potessero riconoscere e ricordare, come i cani ed i gatti, come gli elefanti e gli scoiattoli.
Fu da allora che i torpi presero ad assomigliare a se stessi, quando la rana Elvira esaudì il desiderio di Giacomo.
A lui ed ai suoi simili crebbero i baffi, le unghie, il becco il pelo e un po’ di piume, la coda da gatto persiano e la voce da topolino.
Una specie di  animale così brutto non si era visto mai.
Fu per quello che a poco a poco  i torpi si estinsero e nessuno ne ha  mai  più sentito parlare fino ad oggi.