Conversazioni alate

I gabbiani volano verso terra.
Lanciando quel loro buffo richiamo u-ho, u-ho.
Chi sa cosa cercano, forse si chiamano fra di loro per sapere se sono tutti in salvo.
Dalla mia finestra li vedo atterrare sui balconi, sui tetti, con quelle ali grandi e lunghe con la punta grigia.
Poveri gabbiani che si mettono in salvo dalla bufera di vento e di pioggia che sta infuriando sul mare, quando arrivano fino alla collina e si poggiano sui tetti finiscono per sembrare delle papere spaesate.
Allora cercano di darsi arie di importanza, con i loro becchi lunghi.
Si mettono di profilo e cercano di guardare lontano, di rivedere il mare, assumono pose di piccole vedette, così che chi li guarda capisca, che loro sono lì solo di passaggio, ma finiscono per sembrare dei galletti segna vento.
I piccioni, che non si intimidiscono di nessuno, cercano di attaccare discorso con loro, chiedono del mare, dei lunghi voli, degli atterraggi in picchiata a pelo d’acqua, per immaginare un mondo che a loro è precluso.
I gabbiani prima rispondono a mezze parole, non vorrebbero essere visti in conversari con dei pennuti tanto invadenti e plebei. Però il desiderio di raccontare il mare che vedono da lontano è troppo forte e allora cominciano, si infervorano, e dicono, con la loro voce nasale, di quanto è bello lanciarsi in picchiata e poi restare a galleggiare sulla schiuma delle onde.
Questo accade sui nostri tetti, sui nostri balconi, mentre noi ce ne stiamo tappati nelle case a tremare di freddo, gli uccelli conversano tra di loro.  
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