Archivi per il mese di: gennaio, 2008
Quando mi sento così, come mi sento oggi, ascolto il canto dei miei pensieri.
Pensieri senza direzione.
Mi risuonano frasi ascoltate senza volere e pronunciate da persone sconosciute, magari in metropolitana o per la strada, magari da una collega che parlava chi sa con chi.
Sprazzi di ricordi di conversazioni fatte con amici, magari molto tempo fa.
Versi di canzoni che non ascolto da tempo immemorabile e che sono rimaste scolpite nella mia memoria.
Ascolto questi suoni che si sono in qualche modo intrufolati tra i pensieri corretti, quelli normali, tra i pensieri che si fanno ogni giorno: lavoro, casa, famiglia, cose da fare, programmazione spicciola.
E mentre cerco di concentrarmi anche su queste cose,  questi strani campanelli non smettono di accompagnarmi, e così magari mentre lavoro mi trovo a cantare una canzone che ascoltavo mille anni fa.
Mi devo assecondare, lo so, non c’è niente da fare.
Quando mi sento così, come mi sento oggi, dovrei andare a fare una passeggiata in un luogo calmo e silenzioso, magari in riva al mare, dove non ci siano persone rumorose o pericoli a cui badare. Dovrei lasciarmi trasportare dalla musica curiosa che mi frulla per la testa e stare a vedere cosa porta.
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Vorrei segnalare un blog dove si possono trovare informazioni sull’emergenza dei rifiuti in campania.
Per capire meglio, sottraendosi al confuso blaterare degli organi di informazione e dei nostri rappresentanti in Parlamento.

laveritadellecontrade.wordpress.com

 

A forza di essere vento.
È un bel verso di una bella canzone.
Me lo rigiro nella mente.
A forza di essere vento.
Vento vorrei essere stamattina, per spazzare via la sporcizia che opprime le mie strade, e anche la mia mente.
Vento vorrei essere per portare via dagli occhi quello che vedo, dalle orecchie quello che sento, i suoni le voci, il continuo parlare e discutere della gente, le parole di sempre, la rabbia di sempre, la rassegnazione di sempre, l’impotenza. Di sempre.
Vento vorrei essere per volare giù dal soffitto di un cielo che non ci vede perché non ci guarda più.
Un giro mi farei, se fossi un bel vento limpido del nord, su questa terra bella e verde, terra di laghi e pozze, lava e magma, tufo giallo e pietra nera.
Un volo per vedere se resta ancora qualcosa.
Un volo per capire che non resta più niente.
Per questi giorni di vacanza sono stata a Vienna.
Come tutti i napoletani all’estero, oltre alle bellezze della città: monumenti, chiese, palazzi, ho notato la pulizia delle strade, la puntualità e l’efficienza dei mezzi di trasporto pubblico.
Come ogni napoletano all’estero mi sono resa conto, una volta di più, che nella mia città vivo privata di molti elementari diritti civili:
          il diritto a camminare per la strada senza guardare a terra : infatti noi napoletani, a causa delle strade dissestate e dei marciapiedi pieni di buche e avvallamenti, pezzi di asfalto crepati, cacca di tutti i cani del creato, spazzatura, motorini e automobili variamente parcheggiati, non abbiamo il diritto di camminare a testa alta, ma quasi per un giusto contrappasso dovuto alla nostra inciviltà, siamo condannati a camminare guardando a terra per tutta l’eternità, o almeno fino al giorno del giudizio universale;
          il diritto di aspettare un autobus o una metropolitana per un tempo “normale”: capisco che una persona appena un po’ pignola mi chiederebbe di dichiarare che cosa significa per me normale, ma mi limito a dire che un minimo di venti minuti (con temperatura media al suolo superiore ai 15 gradi centigradi, grado di umidità del 40%, cielo azzurro, visibilità buona, previsioni per i successivi due giorni di tempo stabile)e un massimo tendente all’infinito, non rientra nel mio concetto di normalità;
          il diritto, immediatamente collegato al precedente, di fare progetti per il futuro, seppur prossimo, ad esempio: tornerò a casa dal lavoro stasera? Incontrerò l’amica con cui ho un appuntamento? Non a caso gli appuntamenti fra napoletani si prendono nell’arco di tempo di mezz’ora(ci vediamo alle sei/sei e mezza);
          il diritto di prendere un taxi, volendo magari arrivare puntuale all’appuntamento di cui sopra, e ricevere dall’autista il resto esatto. In genere la scena è più o meno questa: Cittadino: quanto le devo? Tassista: otto euro. Cittadino: eccole dieci euro. Tassista: non ho il resto! Sperando che il cittadino esasperato, stanco e frettoloso gli risponda: li tenga pure;
          il diritto di uscire di casa ed essere ragionevolmente sicuri di tornarci sani e salvi. Questo accade se non si verifica una o più di queste evenienze: paralisi del traffico, blocco totale o parziale di una o più linee della metropolitana, sprofondamento di una o più strade a scelta a causa della pioggia, corteo di disoccupati, corteo di disoccupati assunti ma cassintegrati, corteo di chi aspira ai lavori socialmente utili pur ignorando cosa diavolo siano questi lavori socialmente utili, improvvisa apparizione di una coppia di vigili urbani ad un qualsiasi incrocio che tentando, senza avere una reale cognizione di quello che fanno, di regolare il traffico, provocano in ingorgo che si risolverà solo quando, finito il loro turno, finalmente se ne andranno, varie ed eventuali.
 
E non parlerò dell’immondizia per le strade, perché mi fa soffrire troppo, e mi fa arrabbiare troppo, e mi fa scoraggiare troppo, e avvilire e vergognare, e mi fa desiderare di scendere in strada e di gridare forte.
Comincio a credere che per essere titolare del qualsiasi diritto a vivere una vita normale, bisogni farsi forza e andare via.