Archivi per il mese di: aprile, 2008
Venerdì 18 aprile, l’aria  frizzante di questa primavera indecisa  si spegne nell’afa appiccicaticcia di sporco e rumore della stazione Centrale di Napoli, piazza Garibaldi.
IC Plus. Io e D. entriamo nel nostro scompartimento, abbiamo preso i posti vicino all’uscita, lui per allungare meglio le gambe io per potere più facilmente uscire e andare al bagno.
Nello scompartimento ci sono già due persone. Vederle ed essere percorsi da un brivido nell’immaginare il viaggio insieme è tutt’uno.
La donna è piccola e grassa, capelli gialli scomposti, molto trucco, in mano un videofonino sintonizzato su Canale 5 dove guarda una puntata di Amici con avidità.
Di fronte a lei il figlio, un ragazzo adolescente, carino, ma purtroppo la sua mole gli consente a stento di stare seduto nel sedile. Anche lui avvinghiato allo stesso videofonino a guardare Amici, per fortuna con le cuffiette nelle orecchie.
Noi ci sediamo il più esterni possibile, apriamo libri e giornali per fare comprendere la nostra volontà di non socializzare.
Il treno parte. La signora ci chiede se la musica della sua trasmissione televisiva ci dà fastidio, vigliaccamente e a mezza bocca rispondiamo di no.
Ella si rivolge al figlio che si era alzato: “Cosa fai Kevin?”
Se già la loro vista mi aveva annichilito il nome del fanciullo mi ha scioccato! Kevin! Non ci posso credere! Kevin!!
A circa metà del viaggio la signora non ce la fa più a trattenere il suo desiderio di fare conversazione e, rivolta a D. esclama: “Voi siete professore di scuola vero?”
Lui sorride imbarazzato e io le dico: “Quasi, lo diventerà, ora sta studiando per diventarlo” e lei: “Io lo so, l’ho visto, io sono cartomante!”
Ecco. La cartomante in treno, ecco, questa mi era mancata fino ad ora.
A questo punto la signora tira fuori un biglietto da visita e ce lo porge, sopra c’è scritto “La maga Laura”.
Ecco, penso alla fine della corsa vorrà che le paghiamo la parcella.
Da quel momento in poi è tutto un fiorire di previsioni sul nostro futuro.
Quando per puro caso indovina qualcosa che intuisce dalle nostre risposte, esclamava: “Ma io lo vedo! Sono cartomante”.
Ci ha predetto che ci sposeremo fra quattro cinque anni, che dovremo fare dei sacrifici ma che alla fine vivremo felici e contenti e che D. diventerà un famoso professore di scuola.
Chi avesse bisogno di consulenze può trovarla sull’intercity plus che porta a Grosseto!
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Ricevo cortesemente da Trenitalia e pubblico:

Gentile Cliente,
siamo spiacenti di comunicarle che non è stato possibile dare corso alla Sua richiesta di bonus, presentata in data 31/03/2008 e relativa al treno 9360 del giorno 21/03/2008.
Il ritardo maturato in corso di viaggio, pari a 22 minuti, non supera il limite di 25 minuti previsto dalla Carta dei Servizi per il riconoscimento del bonus. […]
Le chiediamo scusa per il disagio subito.
Cordiali saluti.

Per Trenitalia è quindi nella norma che un treno della categoria Eurostar viaggi con 25 minuti di ritardo e non ritiene che al ventiduesimo minuto un cliente possa chiederne ragione.
AHH signoramia!

Andare a votare per me è una festa.
Esprimere il mio voto mi fa sentire orgogliosa.
Avere la possibilità di scegliere quello che ritengo sia giusto e utile, non a me, perché quello che serve a me lo trovo più facilmente al supermercato, ma per il governo del mio paese, mi fa sentire di fare parte di una società civile.
Quando ero una bambina, per me il giorno delle elezioni era una festa.
Mi ricordo delle domeniche mattina piene di sole, in cui, tutta la famiglia si metteva in macchina e, come se si stesse andando a fare una gita, ci si dirigeva verso il seggio elettorale.
Allora votavamo lontano da casa perché, negli anni in cui io ero piccola, non avevamo ancora spostato la nostra residenza da Posillipo, dove avevamo abitato nei miei primi anni di vita, al Parco Comola, dove poi siamo rimasti per circa venti anni.
Così il nostro seggio era una scuola elementare a via Posillipo.
L’ubicazione della scuola contribuiva a darmi l’idea di stare partendo per una gita, perché si trovava su un poggio rialzato rispetto alla strada, tutto intorno aveva un giardino che ricordo grande e appoggiati alle ringhiere e crogiolandosi al primo sole di primavera, si poteva guardare il mare.
La nostra non è mai stata una di quelle famiglie in cui tutti andavano d’accordo e i cui si facevano le cose insieme, noi la domenica non uscivamo per fare passeggiate o per andare a pranzo dai nonni. In generale uscivo io con mio padre per stare fuori un paio d’ore e poi tornare a casa a pranzo. Mia madre non veniva mai con noi.
È per questo che le mattine delle elezioni, quando ci vestivamo per uscire tutti insieme per me era un evento pieno di allegria.
Mi ricordo che, arrivati alla scuola elementare, scendevamo dalla macchina e salivamo delle scale per raggiungere la nostra sezione.
Allora l’allegria si mutava in meraviglia e curiosità ed anche un po’ di stupore.
Entravamo nelle aule, alle cui pareti si mescolavano i manifesti con i simboli elettorali e quelli colorati e pieni di disegni fatti dai bambini, legittimi proprietari di quegli spazi.
Ma erano le cabine che suscitavano in me deferenza e timore. Cosa succedeva lì dentro?
Me lo avevano spiegato tante volte cosa sarebbe successo : i miei genitori entravano lì dentro uno alla volta con delle schede e VOTAVANO!
Volevo entrare anche io.
Volevo che mamma ogni volta chiedesse il permesso agli scrutatori, ma loro ogni volta dicevano di no.
Io volevo vedere le cabine dall’interno.
Mi chiedevo se fossero arredate, magari c’era una sedia, chi sa se c’era la luce di una lampadina per aiutare le persone a non sbagliarsi in quella misteriosa operazione del voto.
Quando avevano finito e deposto in quegli scatoloni i loro foglietti colorati uscivamo e io chiedevo sempre: è stato difficile? No, mi rispondevano loro.
Poi andavamo a mangiare il gelato.
Per me il giorno delle elezioni è sempre una festa, da allora.

Sono molto, molto angosciata.
Perchè so che nulla può essere modificato.
Perchè gli sbagli, i passi falsi, le incertezze, tutte ritornano prima o poi a mostrarsi in tutta la loro canaglieria.
Lo sapevo che gli sbagli si pagano sempre.
Quello che non immaginavo è che si pagassero tanto a lungo.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.
Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c’è scritto “Vietato passare”,
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.

Francesco De Gregori, Mimì sarà

So che non sono cose da far sapere al mondo a cuor leggero, ma io lo confesso.

So che ci sono degli obblighi sociali oggigiorno e che noi donne ci dobbiamo fare i conti, ma io me ne frego.

So che, ad esempio, dobbiamo essere magre senza dare l’impressione, a tavola, di nutrirci di insalata, che dobbiamo essere in carriera senza dimenticare di fare almeno due figli (che uno solo viene viziato, lo sanno tutti), che dobbiamo vivere di corsa ventiquattr’ore al giorno ma senza avere l’aria stanca o affannata, che dobbiamo sapere cucinare ma anche essere sexy, che dobbiamo sapere tenere in ordine la casa ma anche essere presenti nel consiglio d’amministrazione di almeno un’azienda (semmai produrrà detersivo, tanto per fare prima), che dobbiamo essere pronte a fare le ore piccole la notte, ma dobbiamo essere attive e pimpanti e con la messinpiega appena fatta il giorno dopo.

So tutte queste cose.
Ma confesso lo stesso: di tutte queste cose appena elencate, e di chi sa quante altre ancora mi sono testè sfuggite, io non ne so fare neanche una.
Ma non basta: quando torno a casa dopo il lavoro, assomiglio più ad un baco da seta che ad una donna, allorchè indosso le mie pantofole rosa, di velluto, con sopra un enorme fiore verde senza dimenticare mai di abbinarle ad una tuta da ginnastica, altrettanto rosa.
Mi trasformo quindi da essere umano normale (niente donna con i riccioli svolazzanti, tacchi a spillo e tailleur) a baco da seta desideroso solo di trovare finalmente pace, tutto avvolto nei suoi vestimenti dai colori uun po’ troppo vivaci.
Ecco sì, lo confesso.