Andare a votare per me è una festa.
Esprimere il mio voto mi fa sentire orgogliosa.
Avere la possibilità di scegliere quello che ritengo sia giusto e utile, non a me, perché quello che serve a me lo trovo più facilmente al supermercato, ma per il governo del mio paese, mi fa sentire di fare parte di una società civile.
Quando ero una bambina, per me il giorno delle elezioni era una festa.
Mi ricordo delle domeniche mattina piene di sole, in cui, tutta la famiglia si metteva in macchina e, come se si stesse andando a fare una gita, ci si dirigeva verso il seggio elettorale.
Allora votavamo lontano da casa perché, negli anni in cui io ero piccola, non avevamo ancora spostato la nostra residenza da Posillipo, dove avevamo abitato nei miei primi anni di vita, al Parco Comola, dove poi siamo rimasti per circa venti anni.
Così il nostro seggio era una scuola elementare a via Posillipo.
L’ubicazione della scuola contribuiva a darmi l’idea di stare partendo per una gita, perché si trovava su un poggio rialzato rispetto alla strada, tutto intorno aveva un giardino che ricordo grande e appoggiati alle ringhiere e crogiolandosi al primo sole di primavera, si poteva guardare il mare.
La nostra non è mai stata una di quelle famiglie in cui tutti andavano d’accordo e i cui si facevano le cose insieme, noi la domenica non uscivamo per fare passeggiate o per andare a pranzo dai nonni. In generale uscivo io con mio padre per stare fuori un paio d’ore e poi tornare a casa a pranzo. Mia madre non veniva mai con noi.
È per questo che le mattine delle elezioni, quando ci vestivamo per uscire tutti insieme per me era un evento pieno di allegria.
Mi ricordo che, arrivati alla scuola elementare, scendevamo dalla macchina e salivamo delle scale per raggiungere la nostra sezione.
Allora l’allegria si mutava in meraviglia e curiosità ed anche un po’ di stupore.
Entravamo nelle aule, alle cui pareti si mescolavano i manifesti con i simboli elettorali e quelli colorati e pieni di disegni fatti dai bambini, legittimi proprietari di quegli spazi.
Ma erano le cabine che suscitavano in me deferenza e timore. Cosa succedeva lì dentro?
Me lo avevano spiegato tante volte cosa sarebbe successo : i miei genitori entravano lì dentro uno alla volta con delle schede e VOTAVANO!
Volevo entrare anche io.
Volevo che mamma ogni volta chiedesse il permesso agli scrutatori, ma loro ogni volta dicevano di no.
Io volevo vedere le cabine dall’interno.
Mi chiedevo se fossero arredate, magari c’era una sedia, chi sa se c’era la luce di una lampadina per aiutare le persone a non sbagliarsi in quella misteriosa operazione del voto.
Quando avevano finito e deposto in quegli scatoloni i loro foglietti colorati uscivamo e io chiedevo sempre: è stato difficile? No, mi rispondevano loro.
Poi andavamo a mangiare il gelato.
Per me il giorno delle elezioni è sempre una festa, da allora.
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