Archivi per il mese di: settembre, 2008

Giochiamo a poker!
Come a poker – rispondo io,  cui la parola poker fa venire in mente solo le ginocchia di mio padre e un tavolo rivestito di verde, e poi qualche serata affogata nel fumo delle sigarette e nelle vane chiacchiere delle donne che, sedute su divani poco distanti dal tavolo da gioco, aspettavano di tornare a casa.
Si dai giochiamo, siamo giusto in quattro!
Giusto, siamo in quattro, quindi non posso tirarmi indietro se non voglio rovinare la festa a tutti.
E allora, dopo un’esaustiva spiegazione dei punti e delle carte e del curioso linguaggio adoperato in tale circostanza della vita, cominciamo.
Mi vengono messi davanti una bella serie di pezzetti di plastica colorati, con cui da piccola giocavo a pulce, quelli che sono sicura di adoperare di più sono i tondini rossi, quelli che valgono 10 centesimi ognuno; ne abbiamo poi da 50 centesimi e da 1 euro (un intero euro! Roba da giocatori incalliti e avvoltolati nel vizio fino alle orecchie!).
Frunc (è il rumore delle carte quando sono mischiate) frunc, frunc.
Sguish (sarebbe il rumore che le carte fanno quando sono distribuite, ma in realtà il tavolo è un po’ felpato, quindi niente sguish), e io mi ritrovo con cinque carte in mano che mi dicono piuttosto poco.
Ma, impavida ragazza, io tento!
Chi può “aprire”? (io direi di no, nel dubbio aspetto per vedere cosa succede, cosa fanno gli altri, come al ristorante quando si è in dubbio su quale posata prendere).
Qualcuno, infatti “apre” e via, si va.
Ma, è tutto qui?
Allora è facile, il difficile è non perdere tutti i soldi in un colpo solo!
E allora io, insisto!
Data la mia nota attitudine a fare le facce, a Ros. seduta di fronte a me, basta guardarmi, dopo una mano dice: “a Bart è arrivata prima una coppia abbastanza buona, per cui ha sorriso, quando ha cambiato le carte, non le è venuto quello che sperava, per cui ha storto la bocca”.
Tragicamente vero.
Sento che la mia carriera di giocatrice avrà una breve durata.
Si riparte, ci sono quelli che aprono (ricordiamoci di chiudere, magari l’acqua e il gas, alla Troisi) e poi fanno strani versi, io sono di turno dopo D. che dice “cip” mi viene da dire “ciop” lo so è scontato, ma non mi so trattenere. Quando dicono parola, mi ammutolisco.
Perdo già due poste, quando, ormai abbandonata ogni speranza vinco un paio di mani!
Incredibile. Scopro pertanto che giocare è divertente.
Alla fine dei conti, ammucchiando le mie pulci e scopro, non solo di avere ripianato le perdite, ma addirittura di essere in attivo di 5 euro!
Ammazza, che giocatrice palluta che sono!
Quando giochiamo di nuovo, non volete la rivincita?

A M. e R. per il buon tempo trascorso insieme.

Un momento di malinconia.

La domenica sera, anche quando ero bambina, mi procurava lunghi attimi di tristezza, nostalgia, rimpianto, ansia per il successivo giorno di scuola.

Avrei voluto che il tempo si fermasse e, contemporaneamente, che andasse al galoppo, perchè quelle ore del crepuscolo erano belle e brutte insieme.
Erano belle perchè mi tenevano attaccata agli ultimi momenti della giornata di festa, ma erano brutti per lo stesso motivo.
La domenica, la festa, sempre attesa e sempre deludente era già finita.
Ancora oggi la domenica sera mi fa lo stesso effetto.
Stasera mi sento così.
Vorrei qualcosaa che non ho.
Eppure mi sembra di avere tutto quello che posso desiderare, anche se in una forma ancora complicata.
Forse un giorno, guardandomi indietro apprezzerò questi tempi di fatica, di continui arrivederci, di treni presi e da prendere, forse li ricorderò con nostalgia.
Adesso è il giusto momento di malinconia domenicale.
Me lo godo fino in fondo.

Ascolta.
Qui il silenzio è blu.
Blu cobalto.
Piano, progressivamente si scurisce, diventa sempre più nero, profondo.
Sembra possibile immergersi in un silenzio come questo.
Le orecchie lo immaginano, ne fanno una figura concreta, tangibile, assomiglia ad una coperta di velluto oppure al mare di notte.
Posso dire di stare ascoltando un silenzio nero e denso come la polvere di carbone.
I grilli gli cantano una canzone.
Io vengo da un luogo molto rumoroso, che non tace mai, che non smette mai di produrre suoni sgradevoli, strepiti, urla di uomini, di automobili, di lavori in corso, di qualunque cosa l’umanità sia in grado di rendere rumore.
Così, quando sto qui, le mie orecchie cantano silenziosamente di gioia.
Ogni tanto un uccello fa il suo verso. Alcuni sono curiosi, altri fanno un po’ paura. Ma nessun verso può mai essere spaventoso come il rumore prodotto dagli uomini.
Ho trascorso notti di gratitudine per il silenzio ricevuto come un dono da poco, che invece è preziosissimo. Ho ricordato la mia infanzia silenziosa, ho dimenticato il mio presente ingarbugliato e strepitante.