La città si è svegliata stamattina per ritrovarsi impacchettata, come infilata in una calza di nylon.
È tornato lo scirocco. Lo scirocco che fa abbaiare i cani, frusciare gli alberi e innervosire le donne che vanno a fare la spesa.
Me, lo scirocco mi fa impazzire.
Vento caldo e appiccicoso che fa volare sabbia, fa bruciare gli occhi.
Le finestre delle case, i finestrini delle automobili e degli autobus non riflettono più la luce, si impolverano di deserto, si macchiano di pioggia arancione.
Quando arriva lo scirocco la città sembra rigurgitare insofferenza.
Dalla mia finestra entra  una musica martellante in sottofondo. È il suono dell’assemblea permanente della scuola occupata con cui condivido la vista del vicolo che ci separa.
Fanno un suono cupo, di microfoni o megafoni, un suono da emergenza, un suono da mobilitazione, di ansia, di sigarette che rendono l’aria irrespirabile, come la polvere del deserto,  sotto la voce dei microfoni un ritmo martellante, come di tamburi africani.
Suono perfetto per questa giornata di scirocco, vento antico, implacabile e ritmo tribale, pulsante.