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Il percorso è sempre lo stesso.
I passi sanno già dove dirigersi. Al mattino non ci sono variazioni, indosso il cappotto piumato e mi lancio sulla strada all’inseguimento dell’autobus. Poi la metropolitana, poi l’uscita sulla prima piazza, poi il sentiero fino alla seconda piazza.
Stamattina, forse i pensieri mi hanno dirottato, forse l’aria del mattino era torbida, forse la stella polare stava ancora dormendo. Sono uscita sulla piazza e ho cambiato il mio sentiero. Camminando sui sanpietrini, che pure testimoniavano che ero nel posto giusto, sono arrivata, invece che al mio lavoro, nei pressi di un laghetto. Sì il laghetto era proprio quello, quello mio e di molti altri. E ho visto le anatre. Sì le anatre erano lì proprio loro, in formazione, pronte a partire, erano in attesa di un segnale o di qualcosa che solo le anatre possono sapere. Guardavano e si guardavano fa di loro, tranquille. Anche io le guardavo, le avevo riconosciute. Ho capito cosa aspettavano. Forse una questione di fuso orario, semplicemente, dal Central Park a Piazza Dante, lo scarto sul percorso è parecchio. Poi uno starnazzare, un frullare di ali, un cenno di saluto e sono partite, da qualche parte andranno, le anatre, quando d’inverno si ghiaccia il laghetto, chi sa dove. Tutto sommato una cerimonia sobria per salutare un vecchio amico. Ciao vecchio mio. Grazie.
* Questo post lo scrissi il 27 gennaio 2010. Nella migrazione da Splinder, che è stata molto faticosa e laboriosa, non so perché, è saltato. Oggi, lo riposto, anche per ricordare un anniversario.
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Ascolta.
Qui il silenzio è blu.
Blu cobalto.
Piano, progressivamente si scurisce, diventa sempre più nero, profondo.
Sembra possibile immergersi in un silenzio come questo.
Le orecchie lo immaginano, ne fanno una figura concreta, tangibile, assomiglia ad una coperta di velluto oppure al mare di notte.
Posso dire di stare ascoltando un silenzio nero e denso come la polvere di carbone.
I grilli gli cantano una canzone.
Io vengo da un luogo molto rumoroso, che non tace mai, che non smette mai di produrre suoni sgradevoli, strepiti, urla di uomini, di automobili, di lavori in corso, di qualunque cosa l’umanità sia in grado di rendere rumore.
Così, quando sto qui, le mie orecchie cantano silenziosamente di gioia.
Ogni tanto un uccello fa il suo verso. Alcuni sono curiosi, altri fanno un po’ paura. Ma nessun verso può mai essere spaventoso come il rumore prodotto dagli uomini.
Ho trascorso notti di gratitudine per il silenzio ricevuto come un dono da poco, che invece è preziosissimo. Ho ricordato la mia infanzia silenziosa, ho dimenticato il mio presente ingarbugliato e strepitante.

Una grande massa di capelli neri di cui perde continuamente il controllo.
Ben nascoste sotto le grandi giacche con le tasche un po’ sformate dai libri che ci stipa dentro, un paio di belle ali piumate.
Ma quelle sono solo per me.
Anche la coda è solo mia, è una coda a pelo lungo, avvolgibile, serve per quando siamo lontani, serve per acchiapparmi e tenermi sempre vicina a lui, o lui vicino me, che poi è lo stesso.
E gli occhi, anzi, lo sguardo, lo sguardo da furetto, anche quello è solo mio.
Ci sono anche cose che possono vedere tutti, questo è normale.
Una di esse, oltre ai capelli incontenibili, è un disegno sul braccio destro che non sono stata la sola a definire “dissonante”.
Ma la cosa, la cosa a cui tengo di più, la cosa che amo e che mi intenerisce e che è più mia che degli altri è il suo essere concavo.
È una creatura senza pancia.
Mi ricordo, un anno fa, lo avevo conosciuto da poco si può dire, un pomeriggio, ad un angolo di strada, presa da un incantamento incontenibile, allungai la mano per toccarlo, per toccargli la pancia.
Lui aveva una camicia bianca che al timido tocco della punta delle mie dita, si ritrasse, si afflosciò.
Scoprii così, con un certo stupore, che la pancia no, proprio non ce l’aveva; in definitiva, quindi, quella prima volta non riuscii a toccarlo affatto.
Ne rimasi per un attimo sconcertata, ma certamente, mi stupì di più il mio desiderio di toccare quel ragazzo che non conoscevo affatto, spilungone dall’aria distratta.
Che c’entravo io con lui? Eppure avevo allungato la mano.
Mi avviai verso casa frastornata.
È passato un anno da allora. Non mi sembra vero.
Ancora non mi sembra plausibile che sia accaduto proprio a me, di incontrare un angelo dagli occhi di furetto con una coda avvolgibile per agguantarmi meglio.
E invece pare sia vero.
È stato un anno di felicità assoluta.
Quando mi sento così, come mi sento oggi, ascolto il canto dei miei pensieri.
Pensieri senza direzione.
Mi risuonano frasi ascoltate senza volere e pronunciate da persone sconosciute, magari in metropolitana o per la strada, magari da una collega che parlava chi sa con chi.
Sprazzi di ricordi di conversazioni fatte con amici, magari molto tempo fa.
Versi di canzoni che non ascolto da tempo immemorabile e che sono rimaste scolpite nella mia memoria.
Ascolto questi suoni che si sono in qualche modo intrufolati tra i pensieri corretti, quelli normali, tra i pensieri che si fanno ogni giorno: lavoro, casa, famiglia, cose da fare, programmazione spicciola.
E mentre cerco di concentrarmi anche su queste cose,  questi strani campanelli non smettono di accompagnarmi, e così magari mentre lavoro mi trovo a cantare una canzone che ascoltavo mille anni fa.
Mi devo assecondare, lo so, non c’è niente da fare.
Quando mi sento così, come mi sento oggi, dovrei andare a fare una passeggiata in un luogo calmo e silenzioso, magari in riva al mare, dove non ci siano persone rumorose o pericoli a cui badare. Dovrei lasciarmi trasportare dalla musica curiosa che mi frulla per la testa e stare a vedere cosa porta.
A forza di essere vento.
È un bel verso di una bella canzone.
Me lo rigiro nella mente.
A forza di essere vento.
Vento vorrei essere stamattina, per spazzare via la sporcizia che opprime le mie strade, e anche la mia mente.
Vento vorrei essere per portare via dagli occhi quello che vedo, dalle orecchie quello che sento, i suoni le voci, il continuo parlare e discutere della gente, le parole di sempre, la rabbia di sempre, la rassegnazione di sempre, l’impotenza. Di sempre.
Vento vorrei essere per volare giù dal soffitto di un cielo che non ci vede perché non ci guarda più.
Un giro mi farei, se fossi un bel vento limpido del nord, su questa terra bella e verde, terra di laghi e pozze, lava e magma, tufo giallo e pietra nera.
Un volo per vedere se resta ancora qualcosa.
Un volo per capire che non resta più niente.
E’ un momento che cerco di concentrarmi sulla realtà ma non ci riesco.
Mi sento strattonata, afferrata, richiamata all’ordine.
Continuamente.
Da chiunque.
Dal mondo in definitiva.
Da ogni abitante del mondo reale.
Mi sembra che tutti e ciascuno abbiano, nei più vari modi, bisogno di me.
E di conseguenza mi sembra di non saper fare abbastanza per soddisfare le loro esigenze.
Che sospetto essere giustificate, sensate addirittura, ma che il più del tempo mi sembrano incomprensibili.
Non ci riesco.
Sono distratta, sbadata, penso ad altro, non vedo quello che mi sta davanti agli occhi.
Il mio non riuscire a prestare attenzione mi fa chiaramente sentire in colpa con l’intero orbe terracqueo, altrimenti non sarei degna di me e della mia fama di creatura facilmente agitabile.
Mi affanno a stare dietro a tutte queste richieste di attenzione che mi fa fatica soddisfare.
Perché sto finalmente vivendo con la testa fra le mie nuvole.
Le mie sono nuvole sfumate, morbide, fatte di suoni, di pensieri incostanti, di intermittenze, di improvvise intelligenze e di altrettanto inaspettate banalità.
Queste mie nuvole adesso sono abitate.
Lo stupore ancora non mi abbandona, anzi direi che non fa che rinnovarsi e la gratitudine anche, e un po’ di paura, e il desiderio di trattenere ogni atomo di brina.
Qui sto: nel mio paradiso delle puzzole.
Quindi il mondo dovrà fare a meno di me per un po’, oppure per molto, perché io sto qui, nel mio altrove.
Non soffro di sdoppiamento della personalità…
… Io neppure!*
 
– E comunque…
– Che vuol dire e comunque…? Non si comincia una frase così, e neanche si finisce se è per questo.
– Sì, no, hai ragione dicevo “e comunque…” tanto per dire, tanto per esprimere sai quei momenti, quelli in cui magari vorresti anche dire qualcosa, ma poi ogni parola sembra inutile o già detta, logora. E a pensarci meglio anche lo stato d’animo ti sembra già provato mille volte, sfilacciato, sgualcito. Il solito momento in cui vorresti pure dire qualcosa ma non viene fuori niente di decente. In questi casi “e comunque…” ci può stare, no?
– Ma che razza di ragionamento, e comunque stai scrivendo su un blog, un posto dove chiunque può leggerti e insomma un po’ di verecondia, un po’ di costumanza, fai pur finta di avere qualcosa da dire, un motto di spirito, una battuta. E se no che scrivi a fare ? Tanto vale che fai un po’ di ricamo, un punto croce, un po’ di uncinetto, magari ti si addice di più, razza di capra che altro non sei. A volte mi fai davvero cadere le braccia.
– L’hai detto anche tu “e comunque…” e, se è per puntualizzare neanche ce le hai le braccia, sei puro spirito, sei una parte di me. Tra l’altro sei anche quella parte fastidiosa, quella che non fa altro che borbottarmi contro e non vai bene qui, e non sta bene là.  Ma possibile che sei così petulante? Mi dico è possibile, dato che anche tu se mezza me? Magari poi sei solo un quarto non ti fare grosse illusioni.
– Perché? Pensi che potremmo essere in quattro qui dentro? Va bene che sei ingrassata, ma lo sai che la mancanza di spazio mi infastidisce.
– Io quante siamo non lo so, ma a volte ti trovo più simpatica, meno acida, quindi i casi sono due: o quando mi sembri migliore non sei tu, e c’è n’è un’altra ancora oltre te, o non sono io che ti trovo più simpatica e allora c’è n’è una oltre me, in tutti i casi vedi che siamo più di due.
– Tu a me mi sembri sempre uguale, sempre noiosa come sei, quindi vedi che secondo me ti sbagli e siamo solo noi due.
– E comunque… “tu a me mi” non è poi un gran che come frase cara la mia trombona quindi sai che ti dico? Forse non siamo né in tre né in due. Forse sono solo io che mi annoio e mi parlo addosso. Quindi vattene, fammi il piacere e lasciami un po’ parlare come mi pare.
– E comunque…
*La battuta non è mia, diciamo che è una specie di omaggio!
 

Ho capito finalmente!
Tra me e me stessa è in corso la famigerata crisi del settimo anno!
Finirà che ci lasceremo.
Sarà meglio.
Del resto, non ci sopportiamo più!

C’è qualcosa nel modo in cui guarda, che mi confonde.
C’è qualcosa che luccica, in fondo.
Anzi neanche troppo in fondo a ben guardare.
Quello che non so e non capisco è se questo bagliore sia riservato a me, oppure se sia per tutti, per chiunque, indistintamente luccichio.
Lo vedo arrivare sorridendo un po’ di sghimbescio.
Lo vedo guardarmi e sorridere di più.
Forse non mi importa veramente di sapere, di capire.
E più probabilmente non c’è niente da capire.
Mi piace solo immaginare, magari solo un po’, desiderare, magari un altro pochino.
Da un po’ di tempo mi confondo facilmente, mi assalgono i dubbi, le remore, molto più di quanto mi sia mai successo.
Sono io la prima a non afferrare la differenza tra quello che potrei volere e quello che realmente può essere.
Ho dei desideri indecisi.
Forse perché non sono veri desideri, sono voglie vaghe e destrutturate.
Frasi a metà, lasciate cadere.
Mani che stringono senza convinzione, mani che lasciano cadere.
Non bisognerebbe mai, per scarsità di risorse, guardarsi intorno con troppa insistenza cercando di vedere quello che non c’è.
Eppure si fa per non morire, di noia, di solitudine, di troppa immaginazione.
 
Con le finestre orientate a nord, guardo improbabili nuvole addensarsi, e poi in un gioco continuo di correnti, separarsi.
I gabbiani, schiacciati da una prospettiva falsa sembrano volare fin dentro le finestre delle case di un palazzo di fronte.
L’ago della mia bussola fa un giro completo, dubbioso sulla direzione da prendere, e poi non trova di meglio da fare che tornare al proprio posto.
Una metafora esatta della mia vita.
Cammino per le strade del centro storico.
Strade bagnate dalla pioggia recente. Strade scivolose, scoscese pericolose.
Ci vuole attenzione, un piede in fallo è il pericolo costante.
Un ragazzo dal cuore tenero passa, scocca uno sguardo verso di me.
Io non so come interpretarlo, oppure, meglio, vorrei volgere a mio beneficio l’interpretazione, ma so che non posso.
Così percorre da un lato all’altro tutto il mio sguardo, e poi sparisce.
Io resto lì, dandomi della stupida, ma con un sorriso indulgente tutto per me.
Il cielo, gonfio di pioggia, già da molto tempo non ha occhi da regalarmi.