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“Mi sentite?”

“Mi sentite?”

Una voce flebile e lontana chiamava. Sembrava che fosse all’interno di qualcosa.
Pete si guardava intorno, nel retro del negozio di alimentari di suo padre, ma non riusciva a capire da dove venisse. Guardò sotto il tavolo, nell’armadio degli utensili, nella credenza, sotto il sacco della farina, sotto quello dei cereali. Poi pensò ch poteva essere stato lo squittio di un topo e, un po’ allarmato si allontanò.
Il padre era intento a servire una cliente grassoccia e nervosa e non badò molto a lui.
Pete uscì dal negozio e si diresse verso casa.
Mentre faceva i compiti svogliatamente, ripensava a quella piccola voce: “Potete sentirmi? C’è qualcuno che mi sente?” No, non poteva essere un topo.
Il pomeriggio successivo sgattaiolò di nuovo sul retro del negozio. Sembrava tutto tranquillo. Gironzolò un poco, sollevando oggetti, spostando barattoli, ma nulla accadde, la voce non si faceva più sentire. Stava proprio per andare via, deluso, quando, ancora una volta sentì: “Aiuto, c’è qualcuno?” Veniva dal sacco delle noci.
“Sì, ci sono, mi chiamo Pete, ti sento, tu chi sei?”
“Liberami Pete, ti prego, sono chiusa qui dentro, sono al buio, liberami, fa’ presto!”
Pete spostò il sacco, con enorme fatica, ma sotto non c’era niente, la voce, e la ragazza a cui apparteneva, doveva essere chiusa in una noce.
Ma come fare a scoprire quella giusta? Nel sacco ce ne saranno state centinaia. Bisognava fare in fretta, la voce sembrava esausta e triste, bisognava trovare la noce giusta.
Allora Pete cercò un sacco vuoto e cominciò a prendere le noci una ad una, picchiandoci sopra con lo schiaccianoci, chiedendo. “Sei qui? Rispondi, sei qui?” le prime noci e nemmeno quelle successive risposero, allora lui le ripose nel sacco vuoto e ne prese delle altre, e così ancora e ancora, non trovava niente.
Quel lavoro durò molto a lungo, si fece buio e Pete dovette tornare a casa con suo padre. Si era riempito le tasche di noci per continuare la ricerca quando si fosse chiuso nella sua cameretta. Quella voce così triste lo preoccupava.
Il giorno dopo e quello dopo ancora non riuscì a trovare nulla. Il quarto giorno, finalmente la noce che aveva in mano rispose: “Sì, sono qui!”
Pete la aprì con delicatezza. Ne uscì una piccola ragazza, tanto piccola che si sedette comodamente sul palmo della mano di Pete e si stiracchiò e si sistemò i capelli arruffati.
“Grazie, finalmente mi hai liberato. Ero chiusa lì dentro da quando sono nata, tanti e tanti anni fa. All’inizio stavo bene, mi sentivo protetta, pensavo che il mondo fosse quella noce e io credevo di non poterne uscire mai. Poi sono cresciuta e la noce è diventata stretta, mi muovevo a stento. Ho provato a liberarmi da sola ma non ci sono mai riuscita, meno male che sei arrivato tu, ero disperata.”
Pete la guardava incredulo.
La ragazza era molto bella, aveva lunghi capelli rossi e la pelle quasi trasparente, sembrava una statuina d’avorio.
“Ma, ora che sei fuori dalla noce, come farai? Dove andrai, piccola come sei?”
“Ci ho pensato a lungo, sai, chiusa nella mia noce, al mio futuro, e sarà di certo molto difficile, ma volevo essere libera a tutti i costi. Vorrei avere una mia piccola casa, vorrei aspettare il mio piccolo marito che ritorna dal lavoro, vorrei avere il nostro piccolo bambino. Sono sogni piccoli, lo so, di una persona piccola per di più, ma forse per questo non sono degni di avverarsi?”
“Sì, certo che lo sono, solo, dovresti trovare qualcuno come te” disse Pete “io non ne ho mai viste altre di persone così piccole venire fuori dalle noci, mio padre le vende, sai, le noci, ma io mai, in tutta la vita, ne avevo sentita una chiedere aiuto come hai fatto tu”.
La ragazza si sedette sulla mano di Pete, lo guardò, e poi cominciò a piangere.
“Non piangere, ti prego, non piangere, facciamo così, ti porto da mio padre, in negozio, lui di noci se ne intende, non si sa mai abbia una soluzione”.
Così Pete si mise in tasca la ragazza, e un po’ preoccupato per quello che avrebbe dovuto dire, uscì entrò nel negozio del padre.
Lo trovò indaffarato a fare i conti della giornata e a segnare gli ordini di merce per il giorno dopo.
“Hmm, papà, avrei bisogno di te, di chiederti una cosa.”
Al racconto del figlio il padre sorrideva.
Quando Pete tirò fuori dalla tasca la ragazza, il padre annuì.
“Sono contento figliolo che sia accaduto anche a te di fare questa scoperta miracolosa; devi sapere che è successo anche a me, e a tuo nonno per primo. Ognuno di noi, un giorno, proprio come è successo a  te, ha sentito una vocina che veniva da una noce, l’ha aperta e ha liberato un  membro dell’antico popolo delle Noci. Queste creaturine nascono nelle noci e alcune di loro stentano ad uscirne fuori. Hanno bisogno di un piccolo aiuto, che gli diamo noi, aprendo il guscio che li contiene. Adesso devi portare a termine il tuo compito accompagnando la ragazza al suo villaggio. Troverai la strada, come l’abbiamo trovata io e tuo nonno.”
Così Pete e la ragazza si allontanarono alla ricerca del villaggio degli abitanti delle Noci.
Il viaggio non fu lungo come Pete immaginava. Al villaggio lo accolsero come un benefattore che riportava una figlioletta smarrita. La ragazza, che si chiamava Ilia prima di lasciarlo e unirsi ai suoi simili, lo baciò lungamente sul naso.
“Potrai tornare qui da noi quando vorrai, appena metterò su una casetta tutta mia ti manderò un invito a cena, lo troverai in una noce”

 

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Conversazioni alate

I gabbiani volano verso terra.
Lanciando quel loro buffo richiamo u-ho, u-ho.
Chi sa cosa cercano, forse si chiamano fra di loro per sapere se sono tutti in salvo.
Dalla mia finestra li vedo atterrare sui balconi, sui tetti, con quelle ali grandi e lunghe con la punta grigia.
Poveri gabbiani che si mettono in salvo dalla bufera di vento e di pioggia che sta infuriando sul mare, quando arrivano fino alla collina e si poggiano sui tetti finiscono per sembrare delle papere spaesate.
Allora cercano di darsi arie di importanza, con i loro becchi lunghi.
Si mettono di profilo e cercano di guardare lontano, di rivedere il mare, assumono pose di piccole vedette, così che chi li guarda capisca, che loro sono lì solo di passaggio, ma finiscono per sembrare dei galletti segna vento.
I piccioni, che non si intimidiscono di nessuno, cercano di attaccare discorso con loro, chiedono del mare, dei lunghi voli, degli atterraggi in picchiata a pelo d’acqua, per immaginare un mondo che a loro è precluso.
I gabbiani prima rispondono a mezze parole, non vorrebbero essere visti in conversari con dei pennuti tanto invadenti e plebei. Però il desiderio di raccontare il mare che vedono da lontano è troppo forte e allora cominciano, si infervorano, e dicono, con la loro voce nasale, di quanto è bello lanciarsi in picchiata e poi restare a galleggiare sulla schiuma delle onde.
Questo accade sui nostri tetti, sui nostri balconi, mentre noi ce ne stiamo tappati nelle case a tremare di freddo, gli uccelli conversano tra di loro.  
Giacomo, l’ultimo dei torpi

C’erano una volta i torpi.
I torpi erano animali molto particolari che esistevano sulla terra molte decine di anni fa. I torpi non avevano un habitat definito, né un aspetto identificabile. Non si poteva dire di loro che, ad esempio, erano pelosi, alti venti centimetri e con il becco da papera.
No. I torpi erano animali di forma e dimensioni variabili ed erano tutti diversi tra di loro, così che non era facile, mentre se guardava uno, dire, come il bambino della pubblicità: mamma guarda, un torpo!
Proprio per questo  i torpi, non erano immediatamente classificabili nel regno animale, e soffrivano di grosse crisi di identità, mancavano di decisione e tendevano a passare inosservati, cosa che faceva di loro degli animali che non avevano nemici naturali. In pratica nessuno si accorgeva della loro esistenza e questo permetteva loro di vivere in pace, anche se un po’ solitari.
Questi curiosi animali oramai non esistono più e questo è un vero peccato, per gli zoologi, ma anche per le persone comuni, perché i torpi erano molto affettuosi e di compagnia per chi li sapeva riconoscere.
L’estinzione dei torpi non fu complicata e tragica come quella dei dinosauri, niente a che vedere con meteoriti e catastrofi, tuttavia c’è di che restarne colpiti e ce n’è abbastanza perché i genitori ammoniscano i loro figli a non commettere gli stessi errori.
Tutto cominciò quando un giorno, il torpo Giacomo, se ne andava a spasso come al solito, col giornale sotto al braccio, meditando con aria un po’ cupa, sul suo futuro.
Cammina che ti cammina, Giacomo arrivò in riva ad un piccolo stagno e pensò che era proprio un buon posto dove fermarsi a prendere un po’ di fresco.
Poco dopo che si era accomodato e che aveva inforcato gli occhiali per continuare la lettura del suo giornale, sentì dei saltelli alle sue spalle e si girò, un po’ infastidito.  
Quella che si avvicinava era Elvira, la rana fatata.
– Ciao Giacomo, sei arrivato finalmente, ti aspettavo già da un po’ ormai, temevo che non saresti più venuto.
– Ciao Elvira, come mai mi aspettavi? Io sono passato di qua per caso. Non pensavo di trovarti.
– Strano, pensavo che fossi venuto per farti esaudire un desiderio. Non lo sai che io sono una rana fatata?
– Ma non sono i ranocchi che notoriamente diventano principi azzurri o comunque hanno proprietà magiche? Da che mondo è mondo sono i ranocchi, cara Elvira, non le rane a fare sortilegi ed incantesimi!
– Quante scemenze, dici, caro Giacomo, lo sanno tutti che le favole che si raccontano in giro sono maschiliste! Non per niente le hanno scritte degli uomini: Andersen, i fratelli Grimm. Se non credi ai miei poteri, caro mio, peggio per te, ti saluto.
E con un saltello la rana Elvira si tuffò nello stagno, che da verde che era diventò tutto lilla per alcuni secondi.
Il torpo Giacomo restò parecchio confuso ed esterrefatto da quello che aveva visto e si diede a chiamare a gran voce: Elvira, Elvira, torna qui, dove sei scappata! Scusami sai sono stato proprio uno sciocco, perdonami Elvira, ed esaudisci un mio grande desiderio!
Elvira, che oltre che fatata era una rana di buon cuore, riemerse dalle acque dello stagno e disse: esaudirò il tuo desiderio più profondo!
Poi blub, tornò sott’acqua.
Lì per lì Giacomo non si accorse di nulla.
Si guardò intorno e pensò che Elvira lo avesse preso in giro.
Fece così per tornarsene a casa sua.
Mentre camminava però, si accorse che animali ed esseri umani  lo guardavano in un modo diverso. I torpi, essendo creature piuttosto indefinite, indecise, mai molto riconoscibili, tendevano a passare inosservate e questo era molto utile alla loro sopravvivenza.
Quel giorno Giacomo, tornando alla sua tana, dovette addirittura scappare da un cane che lo aveva fiutato e voleva mangiarselo.
Una cosa davvero mai successa prima!
Pensate a Giacomo che scappa con gli occhiali sul naso e il giornale sotto il braccio!
In realtà Giacomo, come un po’ tutti i torpi giovani, soffriva della sua indecisa fisionomia e del suo passare inosservato, non comprendendo che era proprio quello il giusto modo di vivere per lui. Il suo profondo desiderio era quindi quello di essere come gli altri, di diventare un torpo deciso e definito, di appartenere ad una specie che tutti potessero riconoscere e ricordare, come i cani ed i gatti, come gli elefanti e gli scoiattoli.
Fu da allora che i torpi presero ad assomigliare a se stessi, quando la rana Elvira esaudì il desiderio di Giacomo.
A lui ed ai suoi simili crebbero i baffi, le unghie, il becco il pelo e un po’ di piume, la coda da gatto persiano e la voce da topolino.
Una specie di  animale così brutto non si era visto mai.
Fu per quello che a poco a poco  i torpi si estinsero e nessuno ne ha  mai  più sentito parlare fino ad oggi.
Ignazio

C’era una volta qualcuno di Solo.
Solo, paese a nord di Qualcuno.
Nel paese di Solo c’era una sola cosa di tutto.
C’era solo una chiesa con un solo campanile con dentro una sola campana. C’era un solo prato, con dentro un solo fiore ed un solo albero. C’era una sola donna, che portava a pascolare una sola mucca, che faceva solo un litro di latte al giorno.
In questo paese abitava anche Ignazio, solo, nella sua casetta, proprio accanto alla chiesa. Ignazio abitava in quel paese da quando era nato. La sfortuna aveva voluto che avesse casa proprio accanto alla chiesa, perché in chiesa Ignazio non ci andava mai. Ignazio infatti era comunista, ed era il solo comunista del paese. Lo era stato il suo bisnonno, suo nonno, così lo erano anche Ignazio e suo padre. Ogni volta che le campane battevano un rintocco lui ci si arrabbiava: “la religione è l’oppio dei popoli”, borbottava.
Ignazio era sempre vissuto da solo in quel paesino.
Il tempo era passato in fretta e lui era diventato un giovanotto un po’ avanti con gli anni. La solitudine si faceva sentire, soprattutto d’inverno, nelle serate fredde da stare davanti al camino, con un buon bicchiere di vino; soprattutto a primavera, nelle serate appena tiepide che veniva voglia di fare una passeggiata, soprattutto d’estate, nelle serata calde da passare a guardare le stelle. Insomma la solitudine si faceva soprattutto sentire.
Vedere no. La solitudine è invisibile.
Nel paese infatti c’era una sola donna ed era già sposata.
Pensa che ti ripensa, Ignazio decise che  il momento di fare qualcosa era arrivato, e questo qualcosa era andare nel vicino paese , il paese di Qualcuno, dove di sicuro circolavano più persone e di certo una ragazza di buona famiglia si poteva trovare.
Così una notte, andò alla casa del maniscalco, che era il proprietario dell’unico calesse che c’era in paese, attaccò le briglie al cavallo cercando di non fare rumore, e partì.
Prima di partire però lasciò un biglietto al maniscalco: “Caro compagno, poiché la proprietà privata è un furto, e poiché io ne ho bisogno e tu ne hai la disponibilità, io prendo in prestito il tuo calesse, te lo restituirò quanto prima così che altri compagni possano usufruirne.”
Ignazio arrivò così nel paese di Qualcuno.
Andò un po’ in giro, si guardò intorno. Di donne in effetti ne vide parecchie, solo che non sapeva come fare ad avvicinarle.
Pensa che ti ripensa, Ignazio decise che sarebbe andato a chiedere aiuto al parroco del paese, in forma del tutto laica s’intende. La chiesa gli sembrava un posto favorevole agli incontri.
Detto fatto, Ignazio col berretto tra le mani, un po’ dubbioso sul comportamento da tenere, fece il suo ingresso in chiesa.
“Certo che posto questo qui, ci fa pure un po’ freddo. L’odore mi sembra buono però, e le candele fanno una bella luce”.
Trovò il parroco, in sacrestia, tutto assorto nella lettura di un piccolo libro.
“Buonasera compagno … ehm… padre, buonasera padre, come sta?”
Il parroco alzò gli occhi un po’ seccato e lo guardò con aria interrogativa, senza parlare.
“Salve padre, mi chiamo Ignazio, vengo dal paese vicino, sa il paese di Solo. Io mi chiedevo, padre, se, magari, potrebbe darmi una mano. Io sarei venuto qui a cercare moglie. Al mio paese donne non ce ne sono. Io pensavo che qui, magari potevo avere più fortuna. Ho pensato di venire qui, perché pensavo che …voi non li rendete questi servizi ai vostri fedeli? La sezione del nostro partito sì”
Il parroco restò un po’ in silenzio, pensieroso, poi disse: “Senta, facciamo così, qui in paese qualche donna perbene in età da marito c’è, se lei resta qualche giorno e magari mi dà una sistematina alla chiesa, un’aggiustatina al tetto che quando piove perde, una spolveratina alle cose che stanno più in alto, che la perpetua mi si è fatta anziana e non spolvera più come una volta, vedrò cosa posso fare.”
“Perfetto padre, ci sto!” disse Ignazio tutto contento, che poi lui a fare questi lavoretti era un maestro. “Una sola cortesia mi dovrebbe fare. Potrebbe mandare qualcuno a riportare il calesse al maniscalco del mio paese? Sa, l’ho preso in prestito e semmai lui ne avesse bisogno, o qualche altro compagno…”
“Va bene Ignazio, vedo che sei un bravo figliolo, anche se comunista, ci penso io a restituire il calesse”.
Al mattino dopo Ignazio era arrampicato su una scaletta sbilenca e spolverava il grande crocifisso di legno.
“Certo poverino questo qui, sta messo proprio male. Inchiodato ad una croce, con una corona di spine sulla testa, che avrà fatto mai per meritarsi una tortura così? E poi dico, se meritò una tortura vuol dire che era una cattiva persona e allora che fanno, lo mettono in chiesa? Però ha una faccia da brava persona… dovrò farmi spiegare un po’ questa faccenda da padre Guglielmo”.
Padre Guglielmo per tutta risposta alle domande di Ignazio gli mise tra le mani un Vangelo. “Domani aggiustami il tetto, che io nel frattempo credo di avere trovato una brava ragazza per te”.
Ignazio passò la notte con quel libro tra le mani.
“Certo che situazione, una così brava persona, e quel gaglioffo che lo bacia per tradirlo, e poi … ma alla fine che aveva fatto di male? Dava pure da mangiare alla gente il pane il pesce, vuoi vedere che scoppiò il putiferio perché era comunista anche lui?”
Tutto preso da questi pensieri, Ignazio incontrò la ragazza che padre Guglielmo gli aveva presentato. Carina era carina, ma gli sembrò una ragazza un po’ troppo frivola, vanitosa, badava soltanto a farsi fare dei complimenti. Ignazio stava ancora a pensare a quell’uomo sulla croce.
“Che poi vabbè, lo vogliamo pure mettere in croce perché era troppo buono, non si sapeva difendere, ma c’era bisogno di fargliela portare sulle spalle? E dico io, quella faccenda dell’aceto? Un poverino muore, ha sete, ma dico, si trattano così le persone? M
Mettete i centurioni sulla croce! Che poi padre Guglielmo mi deve spiegare che cosa sono ‘sti centurioni perché non ho ben capito.”
Assorto in questi pensieri, rientrando in chiesa Ignazio sente come una voce silenziosa.
Non proprio una voce, diciamo come qualcuno che parla pur restando in silenzio.
Una cosa un po’ curiosa.
“Padre, padre ha sentito anche lei?”
“Cosa dovrei sentire Ignazio, che Genoveffa non ti è piaciuta. Certo che se eri schizzinoso me lo dovevi dire figliolo”.
“No padre, non di Genoveffa parlavo, comunque sì, non mi è piaciuta molto. Senta padre, ma che vuol dire INRI, scritto sulla croce?”
“Iesus Nazarenus Rex Iudeorum”
“E che cos’è, russo?”
“Ma che russo e russo, latino è, ignorante!”
“Si vabbè, non si arrabbi, sempre di una lingua straniera si tratta!”
Quella notte Ignazio restò a leggere su una panca della chiesa.
Ogni tanto sentiva quel sussurro, come di una voce che parli in silenzio. L’aveva capito che era quell’uomo sulla croce e aveva capito anche che voleva fargli compagnia.
Più la ascoltava quella voce silenziosa e più pensava, Ignazio, che di una moglie petulante forse non aveva poi tanto bisogno. Che ora che aveva trovato un amico se lo voleva tenere però.
Così decise di portarselo a casa. Si arrampicò sulla scaletta, staccò il crocifisso dal muro, se lo caricò in spalla.
 Fu un’impresa faticosa, a piedi, in salita, con quell’uomo e la sua croce sulle spalle, un calvario di fatica.
Ma arrivato a casa, lo sistemò nella sua stanza, si asciugò il sudore dalla fronte e si disse che ormai avrebbe avuto una buona compagnia nelle notti fredde d’inverno, ed in quelle calde d’estate.
Al parroco Guglielmo aveva lasciato un biglietto: “Caro compagno parroco, siccome la proprietà privata è un furto…”
 
Alla 11 sono in 11! ovvero: il mistero degli 11
 
Sulla porta chiusa c’era il numero 11.
Dall’interno non venivano suoni. Sembrava che dentro non ci fosse nessuno.
– Possiamo fare tutto il baccano che ci pare – pensarono i due ospiti della stanza numero 10, collocata giusto di fronte.
Era uno strano albergo, per turisti di passaggio, piccolo, tutto sviluppato in altezza, senza corridoi, solo scale, che di pianerottolo in pianerottolo, si facevano sempre più ripide. Le stanze 10 e 11 erano le ultime due, quelle più in alto. Una specie di attico senz’attico.
Quella sera, anzi quella notte, i due udirono un improvviso aprirsi e chiudersi di porte, voci, brevi frasi, come di persone frettolose.
I due ragazzi della 10, che avevano trovato in quella stanza il rifugio che offre un’isola deserta e che si aggrappavano al letto che vi troneggiava dentro come ad una zattera in mezzo al mare, se ne dispiacquero: – Mi sa che è arrivato qualcuno all’11, speriamo di non avere fatto troppo rumore – disse lei.
All’alba, forse non proprio all’alba, ma comunque troppo presto di mattina per chi ha dormito poche ore, ancora un sbattere di porte e voci che sembravano diverse da quelle della sera precedente. All’11 si facevano sentire. Forse il rumoreggiare con la porta era un modo di vendicarsi dell’insonnia notturna causata dai ragazzi del 10 che erano stati davvero fragorosi.
– Ma quanti sono lì dentro? Le voci sembrano sempre diverse.
– Saranno 11. Una squadra di calcio in ritiro. Per risparmiare la società li ha stipati tutti dentro una sola stanza di due metri per tre. Forse si stano allenando. Avranno soppalcato il bagno.
– Certo che stanno facendo un putiferio.
Il giorno dopo alla stessa ora, la stessa polifonia vocale e lo stesso strepitare di porte e serrature.
Lassù al 10 i ragazzi decisero di indagare.
Cominciarono con lo sbirciare sotto la porta, ma riuscivano ad intuire solo ombre in movimento sul pavimento.
Guardare dalla serratura era risultato inutile, non si vedeva nulla.
In un momento di temerarietà arrivarono a poggiare l’orecchio sulla porta, ma ci capirono meno di prima.
– Forse sono usciti, forse ce n’è qualcuno nella hall, forse dato che la stanza è piccola si sono divisi un due gruppi, attaccanti nella hall, difensori in camera. Il portiere si starà allenando nella stanza della colazione.
Ma nella piccolissima hall, nessuna traccia, solo un ragazzetto dietro il bancone, con l’aria sonnolenta e uno strano accento che faceva dubitare della sua provenienza.
Dovremo appostarci con più serietà – dissero i due ragazzi.
Fuori Firenze luccicava nel sole, bella come il fondale di un teatro, solcata da eserciti di turisti per lo più pallidi e molto accaldati, la città più italiana d’Italia trasformata, da quelle truppe in incessante movimento, in uno sfondo luminoso senza identità.
I due ragazzi la attraversavano stupiti a tratti, ma per lo più indifferenti, si tenevano per mano e le loro mani erano Firenze. Tanto bastava.
Ogni volta che rientravano, per gioco, salutavano gli inafferrabili abitanti della stanza numero 11: Buon lavoro!
Quando arrivò anche per loro il momento di partire e quindi di separarsi, cercarono di stemperare l’angoscia giocando ancora una volta agli investigatori.  Arrivata l’ora consueta, alcune voci si chiamarono, tra un pianerottolo e l’altro. In realtà gli undici c’erano senza esserci.
Erano sparpagliati un po’ in varie stanze.
L’abitante effettivo della stanza di fronte risultò chiamarsi Lello.
Erano undici quindi ma non lo erano tutti insieme.
I due della 10 chiusero le valigie, si presero per mano e attraversarono ancora Firenze, la guardarono sfilare ai loro piedi.
Ma vedevano solo le loro mani.
 
Il luccio, misteriosa creatura

 
Credo che la mia passione per le favole, la mia predilezione per l’ascolto, per il racconto raccontato, derivi dalla mia infanzia, quando, a pochi anni, mi regalarono un mangiadischi.
Chi ha più o meno la mia età sa di cosa sto parlando.
Il mangiadischi era un miracoloso oggetto, di plastica dura, il mio era bianco, con una maniglia che ne consentiva il trasporto, e con una fessura sul davanti in cui si introducevano i 45 giri. Era uno dei primi tentativi di rendere la musica portatile, molto, molto tempo prima dell’invenzione del walkman della Sony.
Come tutti i bambini di quell’epoca avevo i dischi con le canzoni dello zecchino d’oro, anche se a me piacevano molto di più quelle di Lucio Battisti, ma la mia passione vera erano i dischi in cui non c’era la musica, bensì si raccontavano le favole.
Poiché ero una bambina solitaria, la cosa che più mi piaceva fare era starmene appallottolata sul tappeto blu della mia camera a fare costruzioni, a giocare con i cubi ed i chiodini, con il mangiadischi acceso che mi raccontava le favole. Avevo la mia bella pila di 45 giri, li mettevo uno dopo l’altro, e ascoltavo beata.
Avevo le mie favole preferite.
In generale non amavo molto quelle con le principesse, detestavo Pinocchio, e ancora oggi lo detesto. Le mie favole preferite erano: I vestiti dell’Imperatore, I musicanti di Brema, Robin Hood e Il soldatino di piombo.
Le ascoltavo e riascoltavo. Poi a volte non capivo qualche cosa, allora, col mangiadischi in mano, andavo in giro per la casa a cercare mi madre per avere spiegazioni. Capitava a volte che la mia mamma fosse indaffarata e non avesse tanto tempo e voglia di darmi retta. Io arrivavo e le dicevo: mamma che vuol dire questo? e quest’altro? E che cos’è questa cosa?
Un giorno, mi ricordo, ascoltavo la favola del soldatino di piombo che aveva una gamba sola e che si innamora di una ballerina credendo che anche lei avesse una gamba sola come lui. Succede in questa favola che, ad un certo punto, il soldatino appoggiato su una finestra, spinto da una folata di vento cade e viene ingoiato da un luccio.
Ohibò, mi dico, ma che cos’è un luccio?
Mi avvio da mia madre, arrivo in cucina, mi metto vicino a lei, col mangiadischi in mano, e le chiedo: mamma che cos’è un luccio?
Un pesce, risponde lei mentre continua a cucinare.
Un pesce, ripeto io e me ne torno nella mia stanza.
Un pesce come? Ero tornata indietro, in cucina. Ero una bambina che non si accontentava facilmente.
Un pesce d’acqua dolce, mi risponde lei.
Un pesce d’acqua dolce, ripeto io e mi avvio di nuovo in camera.
Ma il mare è salato! Penso. Io avevo pensato che il soldatino fosse caduto in mare, vuoi vedere che invece era finito nel lavandino? E poi giù nello scarico? Ma poi ci sono i pesci nelle tubature dei lavandini?
Con tutte queste domande pronte per essere sparate a raffica ero tornata in cucina. Era arrivato il momento in cui mia madre si era pentita di avermi messo al mondo e meditava di lanciarmi dalla finestra del quarto piano, un po’ come il povero soldatino di piombo, alla cui trista fine nella bocca del luccio, non volevo rassegnarmi.
Ah ecco! L’acqua dolce sta nei laghi, e nei laghi ci sono i lucci.
Sono passati da allora molti anni, di laghi ne ho visti alcuni, di lucci nessuno.
Quando ripenso alla mia svista infantile, e alla caduta del soldatino, mi dico che dei laghi e dei lucci non c’è poi molto da fidarsi dopo tutto, attenti quindi se vi capita di fare il bagno in un lago, ci fosse mai un enorme luccio in agguato.
Ginetto

Il Nuovo Anno era alle porte.
La tempesta invece bussava alle finestre.
Tutta una notte di ululati, di rombi, di brontolii, di acqua che veniva giù a cascata, di raffiche tanto forti che sembrava si sarebbero portate via la casa.
Alla finestra insieme alla tempesta c’era Ginetto, chiamato così per distinguerlo dal padre, Gino, e dal nonno, Il Vecchio Gino.
Ginetto non era spaventato dalla tempesta del 31 di dicembre, almeno non era spaventatissimo. Piuttosto, acquattato dietro ai vetri della finestra, guardava speranzoso.
Voleva vedere il Nuovo Anno che arrivava. Voleva vedere qualcosa cambiare nel cielo, un segno qualsiasi, una raffica di vento diversa dalle altre, un tuono dal rumore stonato, qualsiasi cosa che dicesse che il Nuovo Anno era cominciato e che tutta la noia, la tristezza, le speranze non realizzate erano spazzate via, sostituite da qualcosa di splendido e scintillante.
Dalle speranza nuove.
Quella mattina, tutti gli avevano detto che di lì a poche ore ogni cosa sarebbe stata migliore, che ormai l’anno vecchio andava via, che con un po’ di fortuna si sarebbe portato via i geloni, la tosse della mamma, la tristezza del papà.
Gli avevano spiegato che, se per tutto il giorno avesse fatto il bravo, se avesse aiutato la mamma ad accendere la stufa capricciosa, se avesse accompagnato il papà al mercato a vendere le oche e i capponi, se avesse parlato un po’ più ad alta voce con la nonna che poverina era sorda invece di bisbigliarle alle spalle solo per il gusto di farle dire : “Che?”, allora il Nuovo Anno gli avrebbe portato finalmente tutto quello che desiderava.
Così Ginetto cercò di essere il più bravo possibile.
In verità in cuor suo temeva che il semplice arrivo di un Nuovo Anno, seppure dotato di lettere maiuscole, non sarebbe stato capace di fare tanti miracoli. Se avesse almeno potuto sceglierne uno, lui sperava che l’anno vecchio si portasse via la tosse della mamma, o almeno quella brutta racchia della maestra.
Arrivata l’ora della cena, quando tutti si misero a tavola, poiché mancavano ormai poche ore, tese l’orecchio alla notte, in attesa.
La tempesta arrivò un po’ prima dell’Anno Nuovo, questo a Ginetto sembrò di ottimo auspicio, pensava infatti che qualunque Nuovo Anno accompagnato da quella furia incredibile, potesse essere più efficace.
A mezzanotte si appostò alla finestra, a scrutare il cielo in burrasca. Era bella quella notte così ingarbugliata, piena di lampi e di gemiti. Fino a dove arrivava lo sguardo tutto era nero; il grigio delle nuvole viaggiava velocissimo portato da un vento che scuoteva il tetto della casa.
Ecco cosa ci vuole qui, pensava Ginetto,  il Nuovo Anno ci prenderà sulla sua grande mano fatta di vento e ci porterà via. Solleverà la casa, con tutti noi dentro e sarà così che lasceremo qui tutte le cose che non ci piacciono (anche la maestra brutta e racchia!). Ci depositerà in un luogo più dolce e benigno, dove non avremo freddo se la stufa non vorrà accendersi, dove la mamma non tossirà più, dove il papà sarà finalmente felice e non dovrà più portare al mercato oche e capponi. Dove addirittura non ci saranno più per niente le oche, con quei becchi che pizzicano le dita e quella voce incessante, qua qua qua, che non smettono mai di chiacchierare.
Poi, d’un tratto, un tuono più forte e poi una raffica.
La casa lievemente si sollevò da terra, prima solo di un palmo o due, tanto che nessuno si accorse di nulla, piano piano un po’ di più.
Ecco, era vero, volavano sulla mano del Nuovo Anno.
Nella notte nera e profumata d’acqua, nella notte viaggiante delle speranze.
 
 
Il bambino castagna

 
C’era una volta un bambino, garbato e silenzioso che si chiamava Lucio.
Lucio era piccolo e magro come un fiammifero, ma la Natura forse, per compensare la sua eccessiva fragilità e magrezza, lo aveva dotato di una grande testa lucida e rotonda che lo faceva assomigliare ad una castagna.
Quando Lucio cominciò ad andare a scuola si accorse di essere diverso dai suoi coetanei,
lui era piccolino e stava sempre in disparte, solitario a guardare fuori dalla finestra della sua aula, i suoi compagni erano grandi e grossi e passavano il tempo a fare gli sbruffoni mentre la maestra, con intonazione monotona ripeteva le tabelline all’infinito.
3X8… 24, 3X9…27, sentiva cantilenare in lontananza, mentre fuori, al di là del vetro, era tutto bruma e pioggia e umido e i contorni delle cose si muovevano e si ammorbidivano e ogni albero, lampione o automobile finiva per assomigliare a qualche altra cosa.
I compagni di classe, scoprendolo diverso e fragilino, cominciarono a prenderlo in giro e coniarono per lui il nomignolo di bambino castagna.
Non si poteva dire che non avessero ragione, Lucio, oltre a passare ore ad osservare le foglie che volteggiavano cadendo dagli alberi, non aveva l’abitudine ad essere socievole.
A casa viveva solo con la mamma, che lavorava tutto il giorno. Ogni volta che lui le raccontava le cose fantastiche che accadevano al di là delle finestre, lei gli rispondeva: ho da fare Lucio, sto lavorando Lucio, poi me lo racconti più tardi Lucio, che se mamma non lavora come facciamo a cavarcela noi due da soli?
Quando Lucio chiedeva alla mamma di raccontarle del suo papà, la mamma scuoteva il capo e diceva: un giorno vedrai ti racconterò tutto, ma adesso sei troppo piccolo per capire.
Così Lucio cresceva un po’ solitario e  un po’ pensieroso.
Immaginava che suo padre fosse stato trasformato per un sortilegio, nell’albero di castagne bello e frondoso, che vedeva dalla finestra della sua aula, a scuola.
Più ci pensava più si convinceva che fosse andata così, non poteva essere altrimenti, se no come mai la sua testa rotonda assomigliava proprio ad una castagna? Era il segno del sortilegio. Quando il papà l’avrebbe sciolto e fosse tornato a casa, anche la sua testa di castagna sarebbe ridiventata normale.
Quando provava a raccontare ai suoi compagni che gli chiedevano dei suoi genitori, dell’albero di castagno, si attirava battute e sorrisetti e ammiccamenti, e canzonature.
Il bambino castagna è tutto matto!
Un giorno, mentre la litania delle tabelline era ormai arrivata a quella del 7 ( 7X8…56, 7X9…63), mentre fuori il cielo era grigio e gonfio di pioggia, mentre i compagni di classe erano occupati a bisbigliare fra di loro, accadde qualcosa.
Lucio sentì picchiettare al vetro della finestra. Girò la testa ma non vide nessuno.
– Lucio! – gridò la maestra – cos’hai da guardare sempre fuori? Vuoi stare un po’ attento? Quanto fa 8X2? (le tabelline proseguivano inesorabili).
Eppure Lucio aveva sentito distintamente il rumorino inconfondibile di unghie che picchiettano sul vetro.
La lezione continuò inesorabile.
Il giorno dopo durante la coniugazione dei verbi, Lucio sentì lo stesso rumorino.
Si girò di scatto, e fece giusto in tempo a vedere, mentre cadeva rumorosamente dalla sedia suscitando l’ilarità della classe intera, una foglia di castagno che cadeva fluttuando davanti alla finestra e si poggiava sull’asfalto. Gli sembrò un saluto dell’albero.
Il giorno successivo, successe la stessa cosa alla stessa ora (stavolta Lucio fece attenzione a non cadere dalla sedia).
Durante l’intervallo il bambino castagna corse fuori, verso l’albero e gli parlò: “lo so che sei lì dentro papà, ho capito che mi stai salutando e dicendo di tenere duro, di avere pazienza, ma fai presto a venire fuori. Mamma è sempre triste e stanca ed io… beh mi vedi al di là del vetro.”
Passò così qualche mese.
Ogni giorno una foglia di castagno volteggiava e cadeva fuori dalla finestra. Lucio la salutava con la mano. I suoi compagni ormai pensavano che fosse completamente impazzito e smisero di prenderlo in giro perché avevano paura di lui.
Lucio così era sempre più solo.
Una notte che non riusciva a dormire, affacciato alla finestra della sua camera, senti chiamare il suo nome: Lucio, Lucio, vieni, fai presto!
Era la voce del papà castagno, ne era sicuro.
Ancora in pigiama uscì di casa saltando fuori dalla finestra (non era una castagna supereroe la finestra era al primo piano), e corse a perdifiato verso la scuola e l’albero. 
Arrivato sotto i rami, decise di salire, si arrampicò, in alto tra le foglie; l’albero lo aveva chiamato e anche se non fosse riuscito a liberarlo dall’incantesimo voleva sentirsi abbracciato per la prima volta in vita sua, dalle braccia del suo papà.
E saliva Lucio, saliva fra i rami, si arrampicava come uno scoiattolo.
Le foglie lo abbracciavano, la luna gli sorrideva. Era a casa sua finalmente.
Quando mise un piede in fallo e si accorse di stare cadendo, sorrise.
Non aveva sciolto il sortilegio, o forse sì, ma ora sarebbe diventato una castagna e non sarebbe stato solo mai più.
La mattina dopo, i compagni di classe e la maestra, trovarono sul suo banco un guscio di castagna vuoto.
Guardarono verso l’albero. Sembrò a tutti che stesse sorridendo.
 
 
C’era una volta

Una volta il re di un paese lontanissimo decise di avvicinarsi un po’.
Si fece quindi portare un carro trainato da buoi che camminavano a ritroso ed invece di partire ritornò.
Ritornato a casa e guardandosi intorno non riconobbe niente di quello che vedeva: la reggia, il trono, la stanza reale con il camino, ogni cosa era diversa benché il re fosse appena tornato proprio da dove era partito.
Il trono, che con gli anni era diventato bello comodo, avendo preso la forma perfetta del didietro di sua maestà, ora gli sembrava duro e scomodo come la prima volta che ci era salito sopra.
Il suo gatto, Mustafà, non dormiva davanti al camino come faceva ormai da tempo, bensì dava la caccia ad un topolino, proprio lui che con gli anni era diventato tanto pigro e cicciotto.
Per non parlare della regina poi, che non era nelle sue stanze a ricamare come la decenza avrebbe voluto, ma era appena tornata alla reggia dopo essere stata dal parrucchiere dove si era fatta i capelli biondi!
Davvero il povero re non capiva proprio cosa fosse successo.
Cominciava a pentirsi, senza sapere se si pentiva di essere tornato oppure di essere partito, e dire che era sempre stato un sovrano con le idee molto chiare.
Chiamò allora il suo consigliere, Famagosta,  che tra l’altro era parecchio sordo, cosicché dovette gridare a squarciagola per farsi sentire.
Quando l’omino, percorrendo la stanza a grandi passi, arrivò trafelato, il re ebbe modo di vedere che da vecchio che lo aveva lasciato lo ritrovava giovanotto, aitante, ma comunque ancora duro d’orecchie.
Il re gli chiese cosa cappero stesse succedendo, che si era assentato solo un attimo e già ritrovava cambiata ogni cosa, che doveva tirare fuori il blocco degli appunti e segnare che bisognava emanare un proclama, un editto, una legge o anche solo un consiglio affettuoso, con il quale si impedivano cambiamenti sostanziali a cose uomini e animali durante le assenze del re.
E stava, il re ancora lì a sbraitare, torcendosi le mani … che era cattiva educazione far trovare le cose tanto diverse ad un re stanco e, diciamo pure, anche abbastanza vecchio … che soprattutto la regina, con quel colore di capelli, e il gatto … per non parlare del suo trono comodo comodo … insomma niente, ma proprio niente di quello che aveva visto gli sembrava come lo aveva lasciato.
Ma sire – cominciò a dire Famagosta, cercando di interrompere quel fiume di parole – voi non siete partito, vi ricordate? Siete semplicemente ritornato. Volevate allontanarvi, invece vi siete avvicinato. Cosa ci possiamo fare noi se il vostro andare in realtà era un semplice riprendere la via di casa? Ricordate? Quel giorno in cui vi faceste portare il carro con i buoi eravate triste e annoiato, pensavate alla vostra vecchiaia ormai alle porte, vi dicevate che la vostra vita era stata diversa da quella che avreste voluto. Sire, diciamo la verità, voi non volevate scoprire cose nuove, non volevate andare verso gli altri, ma tornare verso voi stesso, eccovi qua allora, tutto è pronto per essere ricominciato, cambiato, tutto è qui per essere rivissuto oppure migliorato.
Il re fu entusiasta di quello che Famagosta gli diceva, e, pur sentendosi stanco per il viaggio cominciò a trotterellare per la reggia per scoprire tutto quello che era pronto per essere ricominciato.
Corse dalla regina e la trovò al telefono con sua madre, che parlava parlava, non la smetteva più.
Il gatto Mustafà, intento a cacciare il suo topo non gli diede retta per niente, non gli si accucciò sulle ginocchia per fargli le fusa.
A dire il vero il trono era davvero scomodo, bisognava cambiargli l’imbottitura.
Dopo aver passato tutto il giorno in giro, verso sera il re chiamò Famagosta; anche lui aveva lasciato il servizio per andare a bere una birra con gli amici.
Il re passò una notte triste ed insonne, il mattino dopo, quando Famagosta si fu ripreso dai fumi dell’alcool e tornò trottando dal re, questi gli disse: – Ho capito sai mio caro consigliere, che non si deve guardare indietro alla propria vita con rimpianto, non si può rivivere quello che è già stato vissuto una volta. Pensa ad esempio se io dovessi sopportare ancora le paturnie della regina, la sua odiosissima madre, mia suocera,  pace all’anima sua e le stravaganti pettinature che mi proponeva di continuo.
Ho deciso, provo a partire di nuovo, fammi portare il carro. Nel frattempo mentre sarò via, per sicurezza, promulga il mio consiglio alla popolazione, fai loro sapere che bisogna aspettare il futuro con trepidazione e giammai rimpiangere il passato.
Detto questo, saltò sul carro e anche questa volta, invece di partire, il re, ritornò. 
 
 
Ottavia

Ottavia, la gatta dagli occhi azzurri, li aprì con studiata lentezza.
Si drizzò in piedi stiracchiandosi, incurvando la schiena prima e poi stirando le zampe anteriori.
Chi sa dov’è il mio umano, pensò, ho proprio fame e lui non si vede in giro.
Saltò giù dalla sua sedia preferita, il suo check point, il luogo da cui amava osservare il regolare svolgimento di tutte le operazioni che avvenivano nel suo salotto.
Non restava altro da fare che andarlo a cercare in giro per la casa.
In cucina niente, saltò anche sulla cesta di paglia per guardarsi meglio in giro, sul tavolo no, era una gatta educata lei.
In bagno nulla, una passeggiatina sul bordo della vasca da bagno glielo confermò.
Accidenti starà mica ancora dormendo? E io ho fame! E poi mi sono annoiata di stare sola! Un po’ di riguardo anche per me!
Sì, sta dormendo, ma ha chiuso la porta della camera per non essere disturbato, guarda che mascalzone.
Così, infastidita dall’irriguardoso comportamento decise di attuare qualcuna delle sue già collaudate strategie feline. Per prima cosa si sedette proprio fuori dalla porta della camera da letto chiusa e con l’aria più infelice che aveva nel suo repertorio cominciò a miagolare, un suono lieve e straziante usciva dalla sua gola di peluche.
Con questa tecnica, pensava, non mi resiste mai a lungo.
Ma l’umano questa volta tardava ad uscire, sonno profondo, o tappi nelle orecchie?
Ottavia con la bianca zampetta tentò di spingere un po’ la porta, tanto per essere sicura che non si apriva.
Allora non restava che una estrema azione di sbarco (improvvisare, adattarsi e raggiungere lo scopo come disse Clint Eastwood in Gunny; anche i gatti le sanno queste cose!).
Uscita dal balcone del salotto andò a controllare che l’umano avesse lasciato, secondo le sue abitudini la serranda della sua finestra un po’ alzata, per fare entrare un po’ di fresco della notte. Sì, l’aveva lasciata alzata!
Con un piccolo balzo fu dentro la camera, lo sciagurato padrone dormiva sonoramente senza preoccuparsi di lei!
Con un altro saltino salì sul letto, si avvicinò al suo naso e gli poggiò sopra il suo nasetto felino, come a dare un bacetto di buon giorno, avrebbe preferito afferrargli i piedi ma lui li teneva sotto le lenzuola.
Ecco, l’umano aprì gli occhi.
Hai fame eh Ottavia? Ok andiamo, su andiamo a preparare la tua colazione.