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Vorrei segnalare un blog dove si possono trovare informazioni sull’emergenza dei rifiuti in campania.
Per capire meglio, sottraendosi al confuso blaterare degli organi di informazione e dei nostri rappresentanti in Parlamento.

laveritadellecontrade.wordpress.com

 

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Per favore leggete questo e diffondetelo come potete

Leggete questo POST, si chiama "Come muore la mia terra", agghiacciante è l’unica, banale parola che riesco a scrivere ora;  vi prego fate in modo di diffonderlo il più possibile!

Eh… lo so

Lo so che manco ai miei doveri di blogger da un po’ troppo tempo.
Ma ho avuto dei giorni un po’ complicati.
Tra l’altro sto combattendo contro la voglia di dire due parole sulla campagna in favore dell’astensionismo per il referendum che si terrà domenica prossima.
Sto combattendo perchè non ho mai parlato di politica qui sul blog, e non so se mi piacerebbe farlo.
Ma mi sto indignando davvero.
E allora forse dico quello che penso.
Quindi un attimino di pazienza, sbroglio la matassa e poi, di nuovo in sella!

 

Scopro…
Che la tecnologia mi sopravanza.
La storia è molto semplice: il mio vecchio cellulare ha serenamente lasciato questo mondo terreno, dopo mesi in cui lo vedevo perdere un colpo dopo l’altro, così mi sono decisa, dopo avergli dato una lacrimata sepoltura, a prenderne uno nuovo.
E mi sono anche fatta un po’ tentare da tutti questi modelli nuovi e scintillanti che ormai occhieggiano da qualunque vetrina.
Così sono entrata anche io nel magico mondo dei cellulari con il display a colori, i giochi, la fotocamera e tutta la compagnia di rito.
La scoperta è stata immediata e soprattutto strabiliante: la tecnologia è avanzata senza di me!
Ma il vero dramma è che a questo punto credo di poter affermare con buona certezza che il mio nuovo cellulare è più intelligente di me.
Sì è così! Oltre alla scoperta che  lui sa fare cose della cui esistenza io sospettavo soltanto a questo punto mi sono improvvisamente ritrovata impacciata nell’uso di quello che altro non è se non un telefono.
Ma guai a dargli del telefono semplice, si innervosisce, così che io premo un tasto immaginando di fare una semplice telefonata e mi trovo addirittura a wappare se non a fare una foto.
Anche il t9 sospetto conosca più parole di me.
Una debacle su tutti i fronti!
Come mia mamma quando usa il telecomando! Argh!
Lo sapevo che sarebbe successo prima o poi!
Rivoglio il mio vecchio cellulare con la luce verde e snoopy che mi segnalava se c’era campo!
O i segnali di fumo che al limite funzionano anche loro!


Spiriti a getto d’inchiostro 

Mi succede una cosa alquanto strana.
Lavoro in un palazzo antico, nel centro antico della città.
La mia è una piccola stanza all’interno di un enorme appartamento grande quanto tutto il piano di questo palazzo.
Io sto lì e lavoro tranquilla, quando, ogni giorno, alle 12.50 circa, minuto più minuto meno, qualunque cosa stessi facendo prima, qualsiasi tipo di lavoro con il computer, se mando un file in stampa, la stampante non risponde.
Si blocca, il documento non si riesce ad eliminare, bisogna riavviare il computer, e non è detto che dopo riprenderà a funzionare.
Di questo fenomeno non sono l’unica testimone, anche il mio capo, che lavora con me nella stanzetta ha potuto constatare questa buffa coincidenza, buffa perché la stampante, prima e dopo quell’ora funziona normalmente.
Poiché lì ogni mercoledì viene un ragazzo, Gianluca, a tenere in ordine i computer, la rete le stampanti e quant’altro, avevo già provato a sottoporgli il problema e chiaramente mi ero sentita prendere in giro con frasi di scherno sull’impossibilità che un apparecchio elettronico, ogni giorno alla stessa ora, stufo forse della sua monotona esistenza, desse segni di così manifesta ribellione.
Frasi tipo: “si vede che va in pausa pranzo”, “hai provato ad offrirle un caffè” e simili.
Mercoledì scorso, alle 12.55 si ripete il fatidico blocco.
Forte dell’inoppugnabile dato di fatto, vado a cercare Gianluca e lo trovo in compagnia di un’altra persona, dipendente della biblioteca, l’addetto alle fotocopie, che sentitami esporre per l’ennesima volta il problema, mi guarda con l’aria di che conosce il segreto e mi fa: “Guarda che se me lo venivi a dire subito, io ti avrei risposto che è normale, tu sei qui da poco, ma ti renderai conto, devi sapere che spesso qui accadono cose inspiegabili, soprattutto in alcune stanze. Ma non ti devi preoccupare perché le presenze non sono maligne, si vede, che quella che sta nella stanza tua, ti vuole fare un dispettuccio, vuole giocare.”
Ho uno spirito giocherellone nella stanza!
Gianluca ascolta e mi guarda sornione,  come per dire questo è matto, mi segue nella mia stanza, constata il constatabile, e, con la sicumera del tecnico, mi disinstalla la stampante, me la reinstalla, me la resetta, insomma ci lavora una buona mezz’ora e quando va via tutto funziona correttamente ed io allo spirito non ci penso più.
Il giorno dopo, alle 13.00, mentre la fretta mi divorava poiché dovevo chiudere una situazione inviando un fax, mando in stampa la cover e… stessa identica scena, la stampante non risponde, guardo l’orologio, sorrido e dico “spiritello, ti prego, oggi no!”
A questo punto bisognerà indagare.
Per il momento avrei pensato di lasciare piccoli doni o offerte votive, latte e miele, come facevano i romani, per accattivarmi la benevolenza dello spiritello.

Rotta di collo

Sono giorni che corrono, giorni in cui le ore si rincorrono, inciampando le una nelle altre, capitombolando, fino ad arrivare a sera, stanche, con il fiatone, acciaccate.
Non faccio più in tempo a riordinare le idee.
Vorrei dedicarmi ai miei pensieri, ma quando finalmente arriva le sera e con lei il silenzio riesce ad avvolgermi le orecchie, cado in un sonno agitato e faccio sogni farneticanti.
Ho praticamente passato il fine settimana a dormire, e solo ora comincio a guardarmi in faccia e a riconoscermi.
Fatto sta che domani la corsa ricomincerà e tutto il beneficio di questo sonno e di questo silenzio, svanirà in poche capitombolanti ore.
Oggi è il primo maggio, l’augurio che vorrei fare e farmi è quello di non permettere al lavoro di prendere possesso dei pensieri come un esercito di occupazione.
Io ci provo, a resistere.

A guardarlo con gli occhi del poi

Ci sono molti modi di sganciarsi da un rapporto che non si desidera continuare.
Un rapporto affettivo, sentimentale.
Lui disse, anzi scrisse, una frase molto semplice: “ora ho bisogno di concentrarmi un po’ su me stesso.”
Lei pensò che era una frase sciocca perché non c’era stato un giorno, da quando si conoscevano, che lui non si fosse concentrato su se stesso, prima di ogni altra cosa. Ma a parte questa considerazione, che suona sicuramente rancorosa, lei capì immediatamente che non c’era più niente da fare.
In realtà era l’unico modo in cui potesse andare a finire quel rapporto lì.
In un silenzio, e poi nella dimenticanza.
Nella progressiva indifferenza.
In realtà di ogni rapporto, sempre sappiamo, fin dal primo momento come finirà.
A rivelarcelo è un particolare, un gesto, il modo di pronunciare una frase ricorrente.
La fine è sempre sotto i nostri occhi, fin da subito.
Noi guardiamo e la riconosciamo, e la teniamo da parte, in un angolino riposto, fino a quando arriva il momento della fine, che ci sorprenderà, senza sorprenderci davvero.  
Quella strana storia era cominciata molti anni prima, quasi otto per la precisione, con un incontro che non aveva l’aria di essere casuale, un incontro che a guardarlo con gli occhi del poi sembrava destinato a cambiare qualcosa nella sua vita.
In quella di lei.
Gli incontri tra loro erano stati in realtà molto pochi e distanziatissimi, avvolti in un’atmosfera di irrealtà.
L’irrealtà era stata la vera chiave di lettura di quella storia, perché non c’era nessuna possibilità che esistesse nel mondo concreto, nel mondo reale, quotidiano.
E forse proprio per questo, quegli incontri non erano stati neanche davvero determinanti, se si fa eccezione per quel primo importante riconoscimento iniziale.
A guardare con gli occhi del poi, sì, quello era stato un riconoscimento, lei lo aveva riconosciuto senza neanche avere bisogno di vederlo, solo percependo la presenza di lui alle sue spalle.
Così, quei quasi otto anni erano trascorsi tra quattro o cinque incontri e qualche migliaio di e-mail.
Una ogni giorno, tutti i giorni, qualche giorno magari anche due. A parlare di tutto, a raccontarsi le vite, a ridere, ad essere seri.
Se fosse stato molto o molto poco, lei non saprebbe proprio dirlo.
Se fosse stato reale o immaginario quel mondo neanche questo avrebbe saputo dire.
Per lei era diventato molto, e a volte più concreto di molte altre cose.
Adesso lui aveva bisogno di concentrarsi su se stesso.
Non sarebbe più riuscita a ripescarlo, a tirarlo dentro alla loro conversazione interrotta.
Restava la casella di posta orridamente vuota.
Restava il dolore dell’abbandono, del muro di gomma eretto in un attimo.
Lo sbaglio lo aveva fatto lei.
Non aveva saputo tenere in piedi il gioco, la rassicurante facciata del gioco.
Gioco di ruolo, gioco erotico, comunque gioco, che non presuppone che ci sia una realtà a sostenerlo.
Ma la realtà c’è sempre anche se si fa finta di non vederla.
In quel caso la realtà era lei, e lei era una realtà sbagliata.
Come sempre, ovunque andasse, con chiunque si confrontasse.
Anche lui non aveva mai lasciato passare un giorno senza ricordarglielo, non vai bene diceva, sei troppo, sei poco.
Così, arrivati a questa fine, che cosa poteva dire di non sapere ancora, cosa poteva ancora provare a fare, di fronte ad un muro di gomma e ad un uomo, dall’altro capo del filo di un computer, che doveva concentrarsi su se stesso.
Una storia anomala finita come tante storie più normali.

Imbuto

Credo di poter arrivare a dire, senza tema di smentite, di essermi infilata nel mio personalissimo imbuto cosmico.
Un imbuto cosmico è un oggetto di uso quotidiano, che tutti posseggono, anche senza saperlo, e che prima o poi, almeno una volta nella vita, tutti finiscono per utilizzare.
Come si può facilmente evincere dall’accostamento dei due termini, ciò che rende tanto straordinario l’imbuto, in questo caso, è la sua qualifica cosmica, che lo innalza immediatamente trasformandolo da semplice oggettino di plastica atto al travaso dei liquidi, ad assumere il ruolo di strumento universale, di metafora di vita.
Ecco allora che nell’imbuto cosmico si entra tuffandosi a testa in giù, si attraversa uno spazio ed un tempo indefiniti, e poi se ne viene fuori, dal lato stretto però, sicchè si capisce che è più facile entrare che uscire indenni da questa traversata.
Io sono entrata, attualmente non è che mi senta poi tanto bene.
Vedremo poi.

 

Il ristorante arabo

Appena finita l’arrampicata per via S. Sebastiano, a poco a poco la luce trova di nuovo la strada per arrivare a colpire gli occhi di chi è arrivato in cima con un leggero fiatone.
In cima alla salita, la piazza mostra tutti i toni del grigio.
In fondo ad un buco, verdi di muschio, le mura greche, cercano invano di buttare un occhio al di sopra del loro millenario recinto.
In un angolo, sulla parete di fondo la vecchia vetrina del ristorante arabo.
Intorno al piccolo ingresso, piante verdi un po’ mal messe, dentro, piccoli tavoli dalla tovaglia blu.
Una donna dai capelli neri e lunghi sta in piedi giusto fuori dalla porta e fuma una sigaretta, con aria assente e spavalda insieme; i capelli ad ondeggiarle leggermente ad un vento che non c’è.
Per mangiare un boccone profumato di spezie bisogna aspettare che lei, finita la sigaretta, con l’espressione degli occhi, o con un sorriso, faccia l’invito. E lei non delude le aspettative, sempre, alla fine ti invita a sederti. Quel giorno porta calze rosse e scarpe nere eleganti, con il tacco a rocchetto ed una fibbia sul collo del piede.
Sorride illustrando i piatti e le bevande, ma i suoi occhi talvolta la tradiscono, sono duri, sembra stringerli un poco per non dare troppa confidenza oltre le parole di circostanza. Non sembra molto felice.
Intorno le gira un bambino di otto, nove anni, il figlio.
Il figlio che ha avuto con Omar, suo marito, l’arabo del ristorante arabo di piazza Bellini.
Omar non c’è.
Dagli occhi duri della donna e dai modi del bambino, sembra che non ci sia da molto tempo; in quel piccolo ristorante nulla sembra rivelare la presenza di un uomo, ma solo quella di una donna che tiene insieme ognuno dei pezzi che spesso si frantumano in altre migliaia di piccole schegge di pezzi, all’infinito.
Ma il profumo del tè alla menta, servito in un piccolo bricco smaltato di rosso, che ha visto tempi migliori, addolcisce i pensieri.
Viene da pensare che vada tutto bene anche così com’è.
Che la donna con le calze rosse che la vita ha portato lontano e poi ancora vicino, nonostante tutto il giro fatto, o proprio grazie ad esso, nonostante l’amore che delude, nonostante tutto, sia perfettamente incorniciata dalla piccola vetrina del suo ristorante arabo.
Lei che araba non è.

Ally

L’ho già confessato pubblicamente su queste pagine.
Sono una appassionata seguace di Ally McBeal.
E ieri sera, su Italia 1, è andata in onda l’ultima puntata dell’ultima serie.
Per vederla ho gravemente nuociuto alla stabilità del mio sistema nervoso primario, che si fonda su un preciso numero di minuti di sonno, mi basta saltarne anche uno solo, et voilà, sono finita.
Ma ieri sera sono addirittura andata a dormire all’una di notte per Ally.
Non potevo perdermela.
E adesso è ora di un’altra confessione.
Sì.
Ho pianto come una fontana.
Quest’ultima serie non mi era piaciuta molto, nessuno era più in sé. La stessa Ally era diventata un po’ una rompiscatole, un po’ forzata.
E poi dopo Robert Downey Jr che interpretava Larry, nessuno sarebbe mai stato in grado di sostituirlo degnamente nel cuore di Ally, figuriamoci nel mio!
Ma ieri sera tutto è tornato come prima.
La puntata era una sorta di addio, Ally decide di trasferirsi a New York e saluta i cari amici, al bar, mentre si festeggia il matrimonio di Richard.
Perfino Billy è apparso, sotto forma di fantasma.
Anche io in questi giorni mi sento come se stessi dicendo una specie di addio a qualcosa, anche se non ho capito esattamente a che cosa, così l’addio di Ally, mi ha colpito proprio in pieno.
Insomma tutto questo per dire che un po’ mi mancherà.