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Un momento di malinconia.

La domenica sera, anche quando ero bambina, mi procurava lunghi attimi di tristezza, nostalgia, rimpianto, ansia per il successivo giorno di scuola.

Avrei voluto che il tempo si fermasse e, contemporaneamente, che andasse al galoppo, perchè quelle ore del crepuscolo erano belle e brutte insieme.
Erano belle perchè mi tenevano attaccata agli ultimi momenti della giornata di festa, ma erano brutti per lo stesso motivo.
La domenica, la festa, sempre attesa e sempre deludente era già finita.
Ancora oggi la domenica sera mi fa lo stesso effetto.
Stasera mi sento così.
Vorrei qualcosaa che non ho.
Eppure mi sembra di avere tutto quello che posso desiderare, anche se in una forma ancora complicata.
Forse un giorno, guardandomi indietro apprezzerò questi tempi di fatica, di continui arrivederci, di treni presi e da prendere, forse li ricorderò con nostalgia.
Adesso è il giusto momento di malinconia domenicale.
Me lo godo fino in fondo.

Il caldo non mi dà tregua.
Parto fra due giorni per raggiungere il mio amore.
Vorrei raggiungerlo su un picco di montagna, al fresco, nell’aria frizzantina, ma l’importane è stare insieme.
Buone vacanze a tutti.
Se mi legge, anche se non mi legge perchè ha cose molto più importanti da fare, un abbraccio forte a Mansardasulmare che è sempre, sempre, nei miei pensieri.

E così sta finendo un altro anno.

Ho sempre sostenuto che il capodanno non dovrebbe essere il primo gennaio, ma il primo settembre.
Secondo il mio modo di vivere il tempo, l’anno comincia il primo settembre e finisce il 31 luglio (come quando andavo a scuola, in realtà non sono molto cambiata da allora).
Agosto praticamente non esiste, è il mese fantasma, potrebbe non essere inserito nel calendario.
Quindi mi sento come se stessi facendo il conto alla rovescia per la fine dell’anno: 10…9…8…
E’ stato un anno importante e faticoso, pieno di sorprese, di felicità inaspettata e anche di difficoltà inaspettate.
Ho vissuto una felicità che non credevo possibile e lo devo ad un uomo meraviglioso che ha fatto irruzione nella mia vita.
Ho vissuto momenti di grande preoccupazione e di rabbia quando pensavo di avere perso il lavoro.
Poi ancora sollievo e gioia quando sono stata assunta in via definitiva, e poi ancora rabbia quando immediatamente ho pagato lo scotto dell’assunzione con un maggiore carico di lavoro non retribuito.
Ho avuto meno tempo di scrivere sul blog, e soprattutto meno ispirazione, ho letto meno libri, ma ho vissuto un po’ di più.
Ora, arrivata alla fine, mi guardo indietro e mi dico che è stato un anno che non mi aspettavo.
Mi lascia piccole certezze, grandi incertezze, molta stanchezza.
Soprattutto molta stanchezza.
Ora non penso ad altro che ad andare un po’ in vacanza col mio amore e a dimenticarmi di tutto e tutti per dedicarmi solo a lui e un poco anche a me.

Finalmente era arrivato l’ultimo giorno.

Era la fine di luglio. Faceva molto caldo.

L’asfalto cittadino era così rovente che sembrava di vedere l’aria tremolare in lontananza, come fanno i miraggi nel deserto.

La città si stava svuotando con velocità.

Nello studio si facevano i preparativi per la chiusura: si cambiava il messaggio della segreteria telefonica, che avrebbe annunciato le ferie; si studiavano soluzioni un po’ empiriche per le piante, nel tentativo di non ritrovarle secche a settembre, si mettevano in ordine le scrivanie, finalmente libere dalle scartoffie.

Il telefono già non squillava più.

Ognuno che entrava o usciva salutava allegramente dicendo: “Allora fate buone vacanze!”

Quando finalmente i preparativi furono tutti finiti e arrivò il momento di salutarsi e chiudersi la porta dietro le spalle, provammo la curiosa sensazione che si prova quando una famiglia, magari litigiosa, si separa per un periodo, una sensazione di straniamento.

Uscii in strada, da sola.

La luce della sera estiva mi procurava, come sempre, una leggera punta d’ansia.

Feci pochi passi in direzione della fermata dell’autobus che mi avrebbe portato a casa.

Era quasi ora di cena.

Una volta salita a bordo, mi sedetti e mi misi a guardare scorrere, fuori dal finestrino, il percorso che facevo tutti i giorni all’andata e al ritorno dal lavoro.

Piano piano si fece strada in me una sensazione di sollievo, di allegria, di leggerezza.

Pensai: liberate i pesci, aprite le gabbie, usciamo fuori.

La sensazione di sollievo che provavo quando finiva la scuola o sostenevo un esame all’università.

La sensazione che il tempo, finalmente, potesse passare senza nuocermi, senza portare con sé la minaccia dell’avvicinarsi del giorno dopo.

La clemenza nello scorrere del tempo, finalmente, dopo mesi lunghissimi in cui era stato semplicemente inesorabile.

Questa sensazione, breve e bellissima, di sollievo, non l’ho più provata da allora, pure se ogni anno, alla fine, sono arrivate, in un modo o nell’altro le vacanze, sempre desiderate.

Anche quest’anno fra un po’ arriveranno le vacanze, dopo un anno di lavoro, faticoso e molto logorante. Vorrei sentirmi, solo per un istante, come mi sentii allora, seduta a guardare fuori da quel finestrino.

Sono diventata la stupefatta ed emozionata proprietaria di un nuovo computer, dopo che il mio mi ha lasciato a piedi definitivamente.

Non sarebbe una grande novità se non che, stufa di schede madri, di ventole, processori e  quant’altro e soprattutto stufa del potere occulto degli informatici improvvisati o fraudolenti, sono passata al Mac!

Sì alla fine l’ho fatto.

Era da un po’ che ci pensavo tra vari tentennamenti, ma alla fine ho preso coraggio e l’ho fatto.

Una macchina strepitosa!

Mi sembra di non avere mai avuto gli occhi per vedere prima d’ora.

Sono entusiasta.

Ora sto imparando a fare alcune cose.

Questo è quindi il mio primo post da un Mac.

Auguri a me di una frequentazione lunga e felice.

Sì, sono sempre qui.

E’ che mi trovo in un periodo un po’ frenetico, un po’ faticoso, un po’ confuso.

Ogni volta che mi viene una piccola ispirazione per un post, apro la pagina bianca di word, comicio a scrivere e mi sento scivolare le idee tra le dita.

Così cancello tutto e rimando al giorno dopo.

Ci sono stati momenti in cui il solo passeggiare per le strade della mia città, il solo osservare le persone, le cose, la luce, mi dava gioia e idee e voglia di scrivere.

Ma di questa mia città non rimane più niente.

Delle persone non rimane nulla.

Ho l’impressione forte che ognuno di noi si sia ritirato nella sua casa, nella sua tana, e che quando usciamo di casa cerchiamo di non vedere nulla e di tornare dentro il più alla svelta possibile, perchè è troppo, troppo quello che abbiamo dovuto vedere e sentire in questi mesi.

Se qualcosa rimarrà,  non lo so.

Per il momento anche io devo ritirarmi, ancor più di quanto abbia mai fatto prima, nel rifugio della mia fantasia.

E spero che mi riesca più facile.

E spero che mi riesca presto.

Oggi ascolto questa canzone dei Beatles e sono felice.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Black bird singing in the dead of night
Take these sunken eyes and learn to see
all your life
you were only waiting for this moment to be free

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise,oh
You were only waiting for this moment to arise, oh
You were only waiting for this moment to arise

Venerdì 18 aprile, l’aria  frizzante di questa primavera indecisa  si spegne nell’afa appiccicaticcia di sporco e rumore della stazione Centrale di Napoli, piazza Garibaldi.
IC Plus. Io e D. entriamo nel nostro scompartimento, abbiamo preso i posti vicino all’uscita, lui per allungare meglio le gambe io per potere più facilmente uscire e andare al bagno.
Nello scompartimento ci sono già due persone. Vederle ed essere percorsi da un brivido nell’immaginare il viaggio insieme è tutt’uno.
La donna è piccola e grassa, capelli gialli scomposti, molto trucco, in mano un videofonino sintonizzato su Canale 5 dove guarda una puntata di Amici con avidità.
Di fronte a lei il figlio, un ragazzo adolescente, carino, ma purtroppo la sua mole gli consente a stento di stare seduto nel sedile. Anche lui avvinghiato allo stesso videofonino a guardare Amici, per fortuna con le cuffiette nelle orecchie.
Noi ci sediamo il più esterni possibile, apriamo libri e giornali per fare comprendere la nostra volontà di non socializzare.
Il treno parte. La signora ci chiede se la musica della sua trasmissione televisiva ci dà fastidio, vigliaccamente e a mezza bocca rispondiamo di no.
Ella si rivolge al figlio che si era alzato: “Cosa fai Kevin?”
Se già la loro vista mi aveva annichilito il nome del fanciullo mi ha scioccato! Kevin! Non ci posso credere! Kevin!!
A circa metà del viaggio la signora non ce la fa più a trattenere il suo desiderio di fare conversazione e, rivolta a D. esclama: “Voi siete professore di scuola vero?”
Lui sorride imbarazzato e io le dico: “Quasi, lo diventerà, ora sta studiando per diventarlo” e lei: “Io lo so, l’ho visto, io sono cartomante!”
Ecco. La cartomante in treno, ecco, questa mi era mancata fino ad ora.
A questo punto la signora tira fuori un biglietto da visita e ce lo porge, sopra c’è scritto “La maga Laura”.
Ecco, penso alla fine della corsa vorrà che le paghiamo la parcella.
Da quel momento in poi è tutto un fiorire di previsioni sul nostro futuro.
Quando per puro caso indovina qualcosa che intuisce dalle nostre risposte, esclamava: “Ma io lo vedo! Sono cartomante”.
Ci ha predetto che ci sposeremo fra quattro cinque anni, che dovremo fare dei sacrifici ma che alla fine vivremo felici e contenti e che D. diventerà un famoso professore di scuola.
Chi avesse bisogno di consulenze può trovarla sull’intercity plus che porta a Grosseto!

Ricevo cortesemente da Trenitalia e pubblico:

Gentile Cliente,
siamo spiacenti di comunicarle che non è stato possibile dare corso alla Sua richiesta di bonus, presentata in data 31/03/2008 e relativa al treno 9360 del giorno 21/03/2008.
Il ritardo maturato in corso di viaggio, pari a 22 minuti, non supera il limite di 25 minuti previsto dalla Carta dei Servizi per il riconoscimento del bonus. […]
Le chiediamo scusa per il disagio subito.
Cordiali saluti.

Per Trenitalia è quindi nella norma che un treno della categoria Eurostar viaggi con 25 minuti di ritardo e non ritiene che al ventiduesimo minuto un cliente possa chiederne ragione.
AHH signoramia!

Sono molto, molto angosciata.
Perchè so che nulla può essere modificato.
Perchè gli sbagli, i passi falsi, le incertezze, tutte ritornano prima o poi a mostrarsi in tutta la loro canaglieria.
Lo sapevo che gli sbagli si pagano sempre.
Quello che non immaginavo è che si pagassero tanto a lungo.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.
Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c’è scritto “Vietato passare”,
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.

Francesco De Gregori, Mimì sarà