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E ogni cosa, ogni cosa cominciò a volare quel giorno, presa da un vento fortissimo, raffiche di vento caldo e morbido, che portavano via ogni cosa: gonne, capelli e cappelli, ombrelli, bambini piccoli, tutti venivano catapultati in aria dal vento.
Ma il bello di quel giorno lì è che tutti ridevano.
Nessuno si preoccupava.
Le donne non si curavano di tirarsi giù le gonne, o di recuperare i bambini presi nei vortici, o di acciuffare gli ombrelli che scuffiavano.
Tutti erano presi da un’allegria, ma proprio un’allegria incontenibile.
E in mezzo a quel pasticcio di vestiti colorati, tutti si divertivano di quella giostra inaspettata e mai vista prima.
Una mamma prese al volo un bambino per mano, ma si accorse che non era il suo, che il suo era rimasto attaccato a un lampione e giocava con le lampadine.
Un signore che aveva perso l’ombrello si coprì la testa con il ciuffo ribelle di un platano che gli fluttuava proprio accanto.
Il lecca lecca di una bambina con le treccine prese dal vento si appiccicò al naso di un vigile urbano che aveva perso il blocchetto delle multe e inseguiva svolazzando un motorino per fischiargli una contravvenzione.
Che giornata fu quella per tutta la città.
Quando la sera il vento calò, tutti tornarono a terra, e nessuno si fece male.
Che divertimento quel giorno.
I giornali del giorno dopo ne avevano riportato la notizia, ma in un modo davvero curioso, le pagine appena stampate volarono via dalle mani dei lettori.

La città si è svegliata stamattina per ritrovarsi impacchettata, come infilata in una calza di nylon.
È tornato lo scirocco. Lo scirocco che fa abbaiare i cani, frusciare gli alberi e innervosire le donne che vanno a fare la spesa.
Me, lo scirocco mi fa impazzire.
Vento caldo e appiccicoso che fa volare sabbia, fa bruciare gli occhi.
Le finestre delle case, i finestrini delle automobili e degli autobus non riflettono più la luce, si impolverano di deserto, si macchiano di pioggia arancione.
Quando arriva lo scirocco la città sembra rigurgitare insofferenza.
Dalla mia finestra entra  una musica martellante in sottofondo. È il suono dell’assemblea permanente della scuola occupata con cui condivido la vista del vicolo che ci separa.
Fanno un suono cupo, di microfoni o megafoni, un suono da emergenza, un suono da mobilitazione, di ansia, di sigarette che rendono l’aria irrespirabile, come la polvere del deserto,  sotto la voce dei microfoni un ritmo martellante, come di tamburi africani.
Suono perfetto per questa giornata di scirocco, vento antico, implacabile e ritmo tribale, pulsante.

Giochiamo a poker!
Come a poker – rispondo io,  cui la parola poker fa venire in mente solo le ginocchia di mio padre e un tavolo rivestito di verde, e poi qualche serata affogata nel fumo delle sigarette e nelle vane chiacchiere delle donne che, sedute su divani poco distanti dal tavolo da gioco, aspettavano di tornare a casa.
Si dai giochiamo, siamo giusto in quattro!
Giusto, siamo in quattro, quindi non posso tirarmi indietro se non voglio rovinare la festa a tutti.
E allora, dopo un’esaustiva spiegazione dei punti e delle carte e del curioso linguaggio adoperato in tale circostanza della vita, cominciamo.
Mi vengono messi davanti una bella serie di pezzetti di plastica colorati, con cui da piccola giocavo a pulce, quelli che sono sicura di adoperare di più sono i tondini rossi, quelli che valgono 10 centesimi ognuno; ne abbiamo poi da 50 centesimi e da 1 euro (un intero euro! Roba da giocatori incalliti e avvoltolati nel vizio fino alle orecchie!).
Frunc (è il rumore delle carte quando sono mischiate) frunc, frunc.
Sguish (sarebbe il rumore che le carte fanno quando sono distribuite, ma in realtà il tavolo è un po’ felpato, quindi niente sguish), e io mi ritrovo con cinque carte in mano che mi dicono piuttosto poco.
Ma, impavida ragazza, io tento!
Chi può “aprire”? (io direi di no, nel dubbio aspetto per vedere cosa succede, cosa fanno gli altri, come al ristorante quando si è in dubbio su quale posata prendere).
Qualcuno, infatti “apre” e via, si va.
Ma, è tutto qui?
Allora è facile, il difficile è non perdere tutti i soldi in un colpo solo!
E allora io, insisto!
Data la mia nota attitudine a fare le facce, a Ros. seduta di fronte a me, basta guardarmi, dopo una mano dice: “a Bart è arrivata prima una coppia abbastanza buona, per cui ha sorriso, quando ha cambiato le carte, non le è venuto quello che sperava, per cui ha storto la bocca”.
Tragicamente vero.
Sento che la mia carriera di giocatrice avrà una breve durata.
Si riparte, ci sono quelli che aprono (ricordiamoci di chiudere, magari l’acqua e il gas, alla Troisi) e poi fanno strani versi, io sono di turno dopo D. che dice “cip” mi viene da dire “ciop” lo so è scontato, ma non mi so trattenere. Quando dicono parola, mi ammutolisco.
Perdo già due poste, quando, ormai abbandonata ogni speranza vinco un paio di mani!
Incredibile. Scopro pertanto che giocare è divertente.
Alla fine dei conti, ammucchiando le mie pulci e scopro, non solo di avere ripianato le perdite, ma addirittura di essere in attivo di 5 euro!
Ammazza, che giocatrice palluta che sono!
Quando giochiamo di nuovo, non volete la rivincita?

A M. e R. per il buon tempo trascorso insieme.

Stasera il Palio di Siena.
L’ha vinto Trecciolino, per la contrada dell’Istrice.
Fin da piccola il Palio mi ha affascinato.
Gli sbandieratori, i fantini con le giubbe colorate, i cavalli senza sella a mostrare il pelo bruno e lucido, la piazza rotonda con tutta quella gente stipata al centro.
La cosa più bella poi, sono sempre stati i soprannomi dei fantini: Aceto, Tripolino, Rompighiaccio, Pietrino, Tristezza (dico: Tristezza!!)
E’ una buffa follia, è vero, ma quanto è bello.
Quando ero piccola la telecronaca la faceva un giornalista molto composto ed educato, un giornalista d’altri tempi, uno che non urlava come se fosse scoppiata la guerra dei mondi solo per annunciare il caldo torrido che fa a ferragosto. Paolo Frajese era il suo nome e lui era un vero esperto di Palio.
Passava ore flemmatiche a riempire un tempo interminabile, con la sua voce pacata, a spiegare motivazioni e strategie di cose che a vederle così, da profani, sembravano assurde.
Il tempo, allora come oggi, in realtà, passa nell’attesa che il cavallo di rincorsa, designato a sorte, entri tra i canapi e con il suo ingresso dia il via alla gara, che di per se stessa è molto breve. Tutto il lungo pomeriggio così, trascorre nell’attesa di un breve momento.
Il bravo commentatore conosceva gli aspetti più reconditi delle amicizie e delle inimicizie tra le contrade, e con i suoi racconti rendeva comprensibile le attese, le tattiche, le strategie.
Ma la cosa più buffa e più ricorrente di tutte era che, dopo un pomeriggio di attesa, dopo un collegamento infinito, dopo tutte le chiacchiere possibili e immaginabili, arrivati alla disposizione tra i canapi, il cavallo di rincorsa tardasse ad entrare, nell’attesa di un momento favorevole. Che l’attesa durasse minuti e poi minuti ancora, a ridosso del collegamento col telegiornale, che si faceva sempre più incalzante tanto che, alla fine, il bravo presentatore era costretto a cedere la linea e nessuno degli ansiosi o distratti telespettatori, riusciva a vedere un cavolo di niente: la corsa veniva sintetizzata dal tg. Collegamento fuori tempo massimo.
Ah, il Palio di Siena, che follia!
 

Andare a votare per me è una festa.
Esprimere il mio voto mi fa sentire orgogliosa.
Avere la possibilità di scegliere quello che ritengo sia giusto e utile, non a me, perché quello che serve a me lo trovo più facilmente al supermercato, ma per il governo del mio paese, mi fa sentire di fare parte di una società civile.
Quando ero una bambina, per me il giorno delle elezioni era una festa.
Mi ricordo delle domeniche mattina piene di sole, in cui, tutta la famiglia si metteva in macchina e, come se si stesse andando a fare una gita, ci si dirigeva verso il seggio elettorale.
Allora votavamo lontano da casa perché, negli anni in cui io ero piccola, non avevamo ancora spostato la nostra residenza da Posillipo, dove avevamo abitato nei miei primi anni di vita, al Parco Comola, dove poi siamo rimasti per circa venti anni.
Così il nostro seggio era una scuola elementare a via Posillipo.
L’ubicazione della scuola contribuiva a darmi l’idea di stare partendo per una gita, perché si trovava su un poggio rialzato rispetto alla strada, tutto intorno aveva un giardino che ricordo grande e appoggiati alle ringhiere e crogiolandosi al primo sole di primavera, si poteva guardare il mare.
La nostra non è mai stata una di quelle famiglie in cui tutti andavano d’accordo e i cui si facevano le cose insieme, noi la domenica non uscivamo per fare passeggiate o per andare a pranzo dai nonni. In generale uscivo io con mio padre per stare fuori un paio d’ore e poi tornare a casa a pranzo. Mia madre non veniva mai con noi.
È per questo che le mattine delle elezioni, quando ci vestivamo per uscire tutti insieme per me era un evento pieno di allegria.
Mi ricordo che, arrivati alla scuola elementare, scendevamo dalla macchina e salivamo delle scale per raggiungere la nostra sezione.
Allora l’allegria si mutava in meraviglia e curiosità ed anche un po’ di stupore.
Entravamo nelle aule, alle cui pareti si mescolavano i manifesti con i simboli elettorali e quelli colorati e pieni di disegni fatti dai bambini, legittimi proprietari di quegli spazi.
Ma erano le cabine che suscitavano in me deferenza e timore. Cosa succedeva lì dentro?
Me lo avevano spiegato tante volte cosa sarebbe successo : i miei genitori entravano lì dentro uno alla volta con delle schede e VOTAVANO!
Volevo entrare anche io.
Volevo che mamma ogni volta chiedesse il permesso agli scrutatori, ma loro ogni volta dicevano di no.
Io volevo vedere le cabine dall’interno.
Mi chiedevo se fossero arredate, magari c’era una sedia, chi sa se c’era la luce di una lampadina per aiutare le persone a non sbagliarsi in quella misteriosa operazione del voto.
Quando avevano finito e deposto in quegli scatoloni i loro foglietti colorati uscivamo e io chiedevo sempre: è stato difficile? No, mi rispondevano loro.
Poi andavamo a mangiare il gelato.
Per me il giorno delle elezioni è sempre una festa, da allora.

CCCP

         Pronto, buona sera, stiamo facendo un sondaggio per la CCCP, Controllo Centralizzato Coerente del Pensiero, ha qualche minuto di tempo per rispondere alle nostre domande?
         Ehm, sì se sono poche, se non ci vuole molto, sa, stavo uscendo.
         Certo sono pochissime, ci vorranno pochi minuti.
         Prego allora, cominci pure.
         Lei è uomo o donna?
         Donna poffarbacco, pensavo si capisse dalla voce.
         Che c’entra, noi intervistatori telefonici non dobbiamo evincere nulla, dobbiamo domandare e trascrivere le risposte, cosa crede che siamo arbitrari?
         Giusto, ha ragione, mi scusi sa, deve essere un lavoro difficile il vostro, l’oggettività al telefono, prego, prego, prosegua non la interromperò più.
         Grazie. Allora continuo, con il suo permesso. Lei quanto pensa in un giorno: moltissimo, molto, poco, il minimo indispensabile?
         Oddio, c’è qualcuno che ha risposto “il minimo indispensabile”?
         Certo, anzi, non dovrei dirglielo, ma sono parecchi quelli che hanno dato questa risposta, allora scrivo “il minimo indispensabile”? Comunque lei non è un soggetto ottimale per questo tipo di sondaggi, continua a fare osservazioni, così la finiamo domani!
         Eh, come ha ragione, pensi che io non sono un soggetto adatto quasi per nessuna cosa, se vogliamo essere sinceri, si figuri per la schematicità di un sondaggio sul pensiero, temo sia cascata male, signorina. Comunque per tornare alla domanda, io penso molto, anzi moltissimo, scriva “moltissimo”.
         Bene, e in questo momento cosa sta pensando: a) devo preparare la cena a mio marito, b) il bambino ha fatto i capricci tutta la giornata, c) Brad Pitt non è più figo come una volta, d) devo prendere un appuntamento dall’estetista?
         Ma santo cielo e queste risposte che significherebbero scusi, perché dovrei pensare a questo tipo di cose qui?
         Scusi ma lei è M o F?
         F gliel’ho detto!
         E allora sì, queste sono le sue domande: a) devo preparare la cena a mio marito, b) il bambino ha fatto i capricci tutta la giornata, c) Brad Pitt non è più figo come una volta, d) devo prendere un appuntamento dall’estetista?
         Io, le dico, sono esterrefatta. Ma cosa credete, che le donne pensino a queste cose?
         Certo che le pensano; le due risposte che vanno per la maggiore sono quella su Brad Pitt per le donne single e per le sposate quella sulla cena. Lei non sa che problema quotidiano è preparare pranzi e cene, si fidi di quello che le dico. Quindi?
         Quindi cosa? Io in questo momento stavo pensando, dato che sono affacciata alla finestra della mia camera da letto, e sul muro di fronte vedo molti gechi, pensavo “ma come faranno i gechi a riconoscersi fra loro, che sono tutti uguali?” Che poi a ben vedere loro potrebbero pensare la stessa cosa di noi: “ma come fanno gli umani a riconoscersi fra di loro che sono tutti uguali?” Quindi, in effetti stavo pensando ad una cosa piuttosto cretina. Ha scritto, sì?
         Ma cosa ho scritto signorina, mi scusi, allora lei vuole farmi perdere tempo! Questo è un comitato serio, è il CCCP, non è che lei può scherzarci tanto. Noi qui stiamo mettendo a punto un piano quinquennale che presenteremo al capo del governo, dobbiamo pianificare il pensiero degli italiani, quindi vede la faccenda è seria, lei deve darmi una delle risposte che le ho letto prima, se vuole gliele ripeto…
         No, per carità, le ricordo le risposte!
         E allora?
         E allora niente, io non penso a nessuna di quelle, scriva “altro”.
         Va bene allora “altro”. Il fatto è che lei così mi falsa la statistica. Vede la statistica è una scienza esatta: bisogna che il campione intervistato abbia il buon gusto di frammentarsi secondo logiche prestabilite, altrimenti, se tutti mi dicono “altro” possono essere successe due cose, o che ho sbagliato le domande, o che ho sbagliato campione. Capirà lei che in entrambi i casi questo potrebbe essere esiziale per la mia carriera, mi licenzierebbero in tronco, se tiene conto che sono precaria… che ho il muto da pagare…
         Si capisco, sono precaria anche io, lei è fortunata che ha il mutuo da pagare, questo implica che ha una casa, a me il mutuo neanche me lo fanno…Ma che fa, piange? Signorina, che fa, singhiozza? La prego non pianga, a pensarci bene la mia risposta è: c) Brad Pitt non è più figo come una volta!

Un unicorno blu.
E’ passato davanti alla mia finestra.
Mi ha guardato.
Ci siamo guardati.
Mi ha riconosciuto.
Ci siamo riconosciuti.
Adesso è con me, che vola sopra la mia testa, ogni minuto.
Mi chiedo ancora come sia potuto succedere.
Si sa, gli unicorni sono animali timidi e un poco diffidenti.
Io, di mio, sono un po’ scontrosa, anche se cerco di non darlo a vedere.
Quindi, non si sa bene questo prodigio come sia stato possibile.
Tuttavia…

Jack in the box
 
Sei saltato fuori da una scatola.
Una scatola chiusa e tenuta insieme da corde strette.
Da lacci inestricabili.
Da cerniere di ferro e di osso.
Serrata, inviolabile, arma antica contro il mondo di fuori.
Eppure.
All’improvviso sei saltato fuori, ridendo, come un pupazzetto a molla che vuole per dispetto spaventare e poi ridere dello spavento altrui.
Col sorriso di un ragazzino con la risata di un uomo.
E sì, jack in the box, ho ancora negli occhi il salto e la piroetta.
E proprio per questo sorrido adesso, senza spavento.
Mi ricordo di te.
Mi ricordo sempre di te.
Di quando andavamo in giro mano nella mano. Avevi le mani grandi, calde e asciutte.
Mi ricordo quando passavamo i pomeriggi nella tua stanza.
A sentire la musica dai grandi dischi di vinile, profumati di nero. Quando imparavo a poggiare la puntina del piatto sul solco esatto. Bastava tenere il polso fermo e le dita leggere.
A rollare canne e sigarette. A leggere libri ad alta voce, io a te, tu a me, ognuno sceglieva i suoi passi preferiti e cercava di fare innamorare l’altro di quello stesso libro, di quello stesso passo.
Mi ricordo di te mentre dormivi a pancia in su, con le braccia aperte.
E non ti svegliavi neanche quando io decidevo di venirti a dormire addosso.
Mi ricordo di te mentre mangiavi. Mamma mia quanto eri in grado di mangiare. Mischiavi ogni cibo con tutti gli altri, creavi dei bocconi indecorosi, aprivi quel forno di bocca e mentre masticavi gli occhi ti sorridevano di soddisfazione.
Mi ricordo anche di quando sparivi senza lasciare traccia e mi lasciavi ad aspettare che tornassi domandandomi che cosa cavolo facevi di tento segreto che io non dovessi sapere.
Mi ricordo di quando tornavi, stanco, affaticato, e un po’ taciturno. Allora toccava a me farti ridere, raccontarti una cosa, mettere su un tè  e un disco e aspettare che ti calmassi.
Mi dicesti una volta che sarebbe venuto il giorno che non saresti più tornato indietro. E mi mostrasti il perchè delle tue sparizioni. Gridammo, gridai io, gridasti anche tu, piangemmo. Tu capivi molte più cose di me. Io le ho capite in tutto il tempo che è venuto dopo.
Mi ricordo quando venne quel giorno e non tornasti più.
E sono passati giorni e poi mesi e poi anni.
E ancora mi ricordo di te.
 
Po-popopopo-popopopo*

 
C’è una canzone, a cui sono molto affezionata, che ogni volta che la ascolto, nell’esatto momento in cui inizia, crea nei miei occhi l’immagine di un ricordo lontanissimo e bellissimo di me bambina.
La canzone è Lugano addio, di Ivan Graziani, 1977 (io allora sei anni).
Comincia così: “Le scarpe da tennis bianche e blu seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento …”
Sono nella Cinquecento blu di mio padre, col volante bianco e il tettuccio che si apriva azionando una levetta nera e bisognava spingerlo indietro con un colpo del braccio.
Sono in piedi, sul sedile rosso, accanto a lui che guida e tengo la testa fuori dalla macchina.
È estate, il vento mi scompiglia i capelli, si infila negli occhi, nel naso, mi fa ridere.
Siamo a Sapri, e stiamo percorrendo una strada costiera a picco sul mare che ci porterà ad Acquafredda, luogo in cui ho passato quasi tutte le estati della mia vita.
Il mio luogo dell’anima.
La strada è tutta fatta di tornanti e di curve che si arricciano e si accavallano, una sull’altra: da un lato la montagna, sui cui fianchi noi stiamo passeggiando, dall’altro il mare, Sua Azzurrità.
E non solo il mare è azzurro, è azzurra l’aria, il vento, l’estate l’allegria, gli scogli ispidi sotto di noi. Sono azzurri i piccoli falchi marroni che volteggiano sulle nostre teste e poi si tuffano, spariscono, e poi riappaiono.
Sono le mie risate di bambina ad essere tutte echeggianti di azzurro. È azzurro mio padre che ride delle mie risate e guida e canta.
A quell’epoca le autoradio non esistevano ancora, ma il mio ingegnoso papà ne sapeva una più del diavolo.
Tenevamo in macchina, anzi lo tenevo io sulle gambe quando non decidevo di alzarmi e tirare fuori la testa, un mangianastri che dire che era orribile è poco.
Era tutto ricoperto di listelli di finto legno marrone e, ancora mi ricordo, aveva dei tasti grandissimi, neri, quadrati, che io non riuscivo mai a schiacciare bene perché erano durissimi.
Faceva “tud” ogni volta che si premeva eject e si apriva lo sportellino della cassetta.
Da quell’improvvisata autoradio, quella mattina d’estate, mentre io stavo in piedi sul sedile della cinquecento blu e andavo al mare con mio padre, Ivan Graziani cantava, con quella sua voce un po’ appuntita, la storia di Marta che salutava Lugano. Ed io che Lugano neanche sapevo dove fosse, mi immaginavo questa donna con i “capelli fermi come il lago” e le labbra rosse.
Sempre così io, tutta la vita.
A immaginare storie, a raccontarmele a farmele raccontare.
Anche allora, soprattutto allora, ascoltavo una canzone e avevo tutto intorno i personaggi e loro, una volta arrivati a stare da me, non mi abbandonavano mai più.
Oggi pomeriggio, mentre stavo seduta su un sedile di plastica della metropolitana di Napoli è stato un attimo ricordare Marta e Lugano e la cinquecento blu con mio padre dentro che rideva e quella bambina e quel mare che non tornerà mai più.
 
* questa è la musica, la canzone inizia così!