Finalmente era arrivato l’ultimo giorno.

Era la fine di luglio. Faceva molto caldo.

L’asfalto cittadino era così rovente che sembrava di vedere l’aria tremolare in lontananza, come fanno i miraggi nel deserto.

La città si stava svuotando con velocità.

Nello studio si facevano i preparativi per la chiusura: si cambiava il messaggio della segreteria telefonica, che avrebbe annunciato le ferie; si studiavano soluzioni un po’ empiriche per le piante, nel tentativo di non ritrovarle secche a settembre, si mettevano in ordine le scrivanie, finalmente libere dalle scartoffie.

Il telefono già non squillava più.

Ognuno che entrava o usciva salutava allegramente dicendo: “Allora fate buone vacanze!”

Quando finalmente i preparativi furono tutti finiti e arrivò il momento di salutarsi e chiudersi la porta dietro le spalle, provammo la curiosa sensazione che si prova quando una famiglia, magari litigiosa, si separa per un periodo, una sensazione di straniamento.

Uscii in strada, da sola.

La luce della sera estiva mi procurava, come sempre, una leggera punta d’ansia.

Feci pochi passi in direzione della fermata dell’autobus che mi avrebbe portato a casa.

Era quasi ora di cena.

Una volta salita a bordo, mi sedetti e mi misi a guardare scorrere, fuori dal finestrino, il percorso che facevo tutti i giorni all’andata e al ritorno dal lavoro.

Piano piano si fece strada in me una sensazione di sollievo, di allegria, di leggerezza.

Pensai: liberate i pesci, aprite le gabbie, usciamo fuori.

La sensazione di sollievo che provavo quando finiva la scuola o sostenevo un esame all’università.

La sensazione che il tempo, finalmente, potesse passare senza nuocermi, senza portare con sé la minaccia dell’avvicinarsi del giorno dopo.

La clemenza nello scorrere del tempo, finalmente, dopo mesi lunghissimi in cui era stato semplicemente inesorabile.

Questa sensazione, breve e bellissima, di sollievo, non l’ho più provata da allora, pure se ogni anno, alla fine, sono arrivate, in un modo o nell’altro le vacanze, sempre desiderate.

Anche quest’anno fra un po’ arriveranno le vacanze, dopo un anno di lavoro, faticoso e molto logorante. Vorrei sentirmi, solo per un istante, come mi sentii allora, seduta a guardare fuori da quel finestrino.

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Stasera il Palio di Siena.
L’ha vinto Trecciolino, per la contrada dell’Istrice.
Fin da piccola il Palio mi ha affascinato.
Gli sbandieratori, i fantini con le giubbe colorate, i cavalli senza sella a mostrare il pelo bruno e lucido, la piazza rotonda con tutta quella gente stipata al centro.
La cosa più bella poi, sono sempre stati i soprannomi dei fantini: Aceto, Tripolino, Rompighiaccio, Pietrino, Tristezza (dico: Tristezza!!)
E’ una buffa follia, è vero, ma quanto è bello.
Quando ero piccola la telecronaca la faceva un giornalista molto composto ed educato, un giornalista d’altri tempi, uno che non urlava come se fosse scoppiata la guerra dei mondi solo per annunciare il caldo torrido che fa a ferragosto. Paolo Frajese era il suo nome e lui era un vero esperto di Palio.
Passava ore flemmatiche a riempire un tempo interminabile, con la sua voce pacata, a spiegare motivazioni e strategie di cose che a vederle così, da profani, sembravano assurde.
Il tempo, allora come oggi, in realtà, passa nell’attesa che il cavallo di rincorsa, designato a sorte, entri tra i canapi e con il suo ingresso dia il via alla gara, che di per se stessa è molto breve. Tutto il lungo pomeriggio così, trascorre nell’attesa di un breve momento.
Il bravo commentatore conosceva gli aspetti più reconditi delle amicizie e delle inimicizie tra le contrade, e con i suoi racconti rendeva comprensibile le attese, le tattiche, le strategie.
Ma la cosa più buffa e più ricorrente di tutte era che, dopo un pomeriggio di attesa, dopo un collegamento infinito, dopo tutte le chiacchiere possibili e immaginabili, arrivati alla disposizione tra i canapi, il cavallo di rincorsa tardasse ad entrare, nell’attesa di un momento favorevole. Che l’attesa durasse minuti e poi minuti ancora, a ridosso del collegamento col telegiornale, che si faceva sempre più incalzante tanto che, alla fine, il bravo presentatore era costretto a cedere la linea e nessuno degli ansiosi o distratti telespettatori, riusciva a vedere un cavolo di niente: la corsa veniva sintetizzata dal tg. Collegamento fuori tempo massimo.
Ah, il Palio di Siena, che follia!
 

Sono diventata la stupefatta ed emozionata proprietaria di un nuovo computer, dopo che il mio mi ha lasciato a piedi definitivamente.

Non sarebbe una grande novità se non che, stufa di schede madri, di ventole, processori e  quant’altro e soprattutto stufa del potere occulto degli informatici improvvisati o fraudolenti, sono passata al Mac!

Sì alla fine l’ho fatto.

Era da un po’ che ci pensavo tra vari tentennamenti, ma alla fine ho preso coraggio e l’ho fatto.

Una macchina strepitosa!

Mi sembra di non avere mai avuto gli occhi per vedere prima d’ora.

Sono entusiasta.

Ora sto imparando a fare alcune cose.

Questo è quindi il mio primo post da un Mac.

Auguri a me di una frequentazione lunga e felice.


Una grande massa di capelli neri di cui perde continuamente il controllo.
Ben nascoste sotto le grandi giacche con le tasche un po’ sformate dai libri che ci stipa dentro, un paio di belle ali piumate.
Ma quelle sono solo per me.
Anche la coda è solo mia, è una coda a pelo lungo, avvolgibile, serve per quando siamo lontani, serve per acchiapparmi e tenermi sempre vicina a lui, o lui vicino me, che poi è lo stesso.
E gli occhi, anzi, lo sguardo, lo sguardo da furetto, anche quello è solo mio.
Ci sono anche cose che possono vedere tutti, questo è normale.
Una di esse, oltre ai capelli incontenibili, è un disegno sul braccio destro che non sono stata la sola a definire “dissonante”.
Ma la cosa, la cosa a cui tengo di più, la cosa che amo e che mi intenerisce e che è più mia che degli altri è il suo essere concavo.
È una creatura senza pancia.
Mi ricordo, un anno fa, lo avevo conosciuto da poco si può dire, un pomeriggio, ad un angolo di strada, presa da un incantamento incontenibile, allungai la mano per toccarlo, per toccargli la pancia.
Lui aveva una camicia bianca che al timido tocco della punta delle mie dita, si ritrasse, si afflosciò.
Scoprii così, con un certo stupore, che la pancia no, proprio non ce l’aveva; in definitiva, quindi, quella prima volta non riuscii a toccarlo affatto.
Ne rimasi per un attimo sconcertata, ma certamente, mi stupì di più il mio desiderio di toccare quel ragazzo che non conoscevo affatto, spilungone dall’aria distratta.
Che c’entravo io con lui? Eppure avevo allungato la mano.
Mi avviai verso casa frastornata.
È passato un anno da allora. Non mi sembra vero.
Ancora non mi sembra plausibile che sia accaduto proprio a me, di incontrare un angelo dagli occhi di furetto con una coda avvolgibile per agguantarmi meglio.
E invece pare sia vero.
È stato un anno di felicità assoluta.

Sì, sono sempre qui.

E’ che mi trovo in un periodo un po’ frenetico, un po’ faticoso, un po’ confuso.

Ogni volta che mi viene una piccola ispirazione per un post, apro la pagina bianca di word, comicio a scrivere e mi sento scivolare le idee tra le dita.

Così cancello tutto e rimando al giorno dopo.

Ci sono stati momenti in cui il solo passeggiare per le strade della mia città, il solo osservare le persone, le cose, la luce, mi dava gioia e idee e voglia di scrivere.

Ma di questa mia città non rimane più niente.

Delle persone non rimane nulla.

Ho l’impressione forte che ognuno di noi si sia ritirato nella sua casa, nella sua tana, e che quando usciamo di casa cerchiamo di non vedere nulla e di tornare dentro il più alla svelta possibile, perchè è troppo, troppo quello che abbiamo dovuto vedere e sentire in questi mesi.

Se qualcosa rimarrà,  non lo so.

Per il momento anche io devo ritirarmi, ancor più di quanto abbia mai fatto prima, nel rifugio della mia fantasia.

E spero che mi riesca più facile.

E spero che mi riesca presto.

Oggi ascolto questa canzone dei Beatles e sono felice.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Black bird singing in the dead of night
Take these sunken eyes and learn to see
all your life
you were only waiting for this moment to be free

Blackbird fly, Blackbird fly
Into the light of the dark black night.

Blackbird singing in the dead of night
Take these broken wings and learn to fly
All your life
You were only waiting for this moment to arise,oh
You were only waiting for this moment to arise, oh
You were only waiting for this moment to arise

Venerdì 18 aprile, l’aria  frizzante di questa primavera indecisa  si spegne nell’afa appiccicaticcia di sporco e rumore della stazione Centrale di Napoli, piazza Garibaldi.
IC Plus. Io e D. entriamo nel nostro scompartimento, abbiamo preso i posti vicino all’uscita, lui per allungare meglio le gambe io per potere più facilmente uscire e andare al bagno.
Nello scompartimento ci sono già due persone. Vederle ed essere percorsi da un brivido nell’immaginare il viaggio insieme è tutt’uno.
La donna è piccola e grassa, capelli gialli scomposti, molto trucco, in mano un videofonino sintonizzato su Canale 5 dove guarda una puntata di Amici con avidità.
Di fronte a lei il figlio, un ragazzo adolescente, carino, ma purtroppo la sua mole gli consente a stento di stare seduto nel sedile. Anche lui avvinghiato allo stesso videofonino a guardare Amici, per fortuna con le cuffiette nelle orecchie.
Noi ci sediamo il più esterni possibile, apriamo libri e giornali per fare comprendere la nostra volontà di non socializzare.
Il treno parte. La signora ci chiede se la musica della sua trasmissione televisiva ci dà fastidio, vigliaccamente e a mezza bocca rispondiamo di no.
Ella si rivolge al figlio che si era alzato: “Cosa fai Kevin?”
Se già la loro vista mi aveva annichilito il nome del fanciullo mi ha scioccato! Kevin! Non ci posso credere! Kevin!!
A circa metà del viaggio la signora non ce la fa più a trattenere il suo desiderio di fare conversazione e, rivolta a D. esclama: “Voi siete professore di scuola vero?”
Lui sorride imbarazzato e io le dico: “Quasi, lo diventerà, ora sta studiando per diventarlo” e lei: “Io lo so, l’ho visto, io sono cartomante!”
Ecco. La cartomante in treno, ecco, questa mi era mancata fino ad ora.
A questo punto la signora tira fuori un biglietto da visita e ce lo porge, sopra c’è scritto “La maga Laura”.
Ecco, penso alla fine della corsa vorrà che le paghiamo la parcella.
Da quel momento in poi è tutto un fiorire di previsioni sul nostro futuro.
Quando per puro caso indovina qualcosa che intuisce dalle nostre risposte, esclamava: “Ma io lo vedo! Sono cartomante”.
Ci ha predetto che ci sposeremo fra quattro cinque anni, che dovremo fare dei sacrifici ma che alla fine vivremo felici e contenti e che D. diventerà un famoso professore di scuola.
Chi avesse bisogno di consulenze può trovarla sull’intercity plus che porta a Grosseto!

Ricevo cortesemente da Trenitalia e pubblico:

Gentile Cliente,
siamo spiacenti di comunicarle che non è stato possibile dare corso alla Sua richiesta di bonus, presentata in data 31/03/2008 e relativa al treno 9360 del giorno 21/03/2008.
Il ritardo maturato in corso di viaggio, pari a 22 minuti, non supera il limite di 25 minuti previsto dalla Carta dei Servizi per il riconoscimento del bonus. […]
Le chiediamo scusa per il disagio subito.
Cordiali saluti.

Per Trenitalia è quindi nella norma che un treno della categoria Eurostar viaggi con 25 minuti di ritardo e non ritiene che al ventiduesimo minuto un cliente possa chiederne ragione.
AHH signoramia!

Andare a votare per me è una festa.
Esprimere il mio voto mi fa sentire orgogliosa.
Avere la possibilità di scegliere quello che ritengo sia giusto e utile, non a me, perché quello che serve a me lo trovo più facilmente al supermercato, ma per il governo del mio paese, mi fa sentire di fare parte di una società civile.
Quando ero una bambina, per me il giorno delle elezioni era una festa.
Mi ricordo delle domeniche mattina piene di sole, in cui, tutta la famiglia si metteva in macchina e, come se si stesse andando a fare una gita, ci si dirigeva verso il seggio elettorale.
Allora votavamo lontano da casa perché, negli anni in cui io ero piccola, non avevamo ancora spostato la nostra residenza da Posillipo, dove avevamo abitato nei miei primi anni di vita, al Parco Comola, dove poi siamo rimasti per circa venti anni.
Così il nostro seggio era una scuola elementare a via Posillipo.
L’ubicazione della scuola contribuiva a darmi l’idea di stare partendo per una gita, perché si trovava su un poggio rialzato rispetto alla strada, tutto intorno aveva un giardino che ricordo grande e appoggiati alle ringhiere e crogiolandosi al primo sole di primavera, si poteva guardare il mare.
La nostra non è mai stata una di quelle famiglie in cui tutti andavano d’accordo e i cui si facevano le cose insieme, noi la domenica non uscivamo per fare passeggiate o per andare a pranzo dai nonni. In generale uscivo io con mio padre per stare fuori un paio d’ore e poi tornare a casa a pranzo. Mia madre non veniva mai con noi.
È per questo che le mattine delle elezioni, quando ci vestivamo per uscire tutti insieme per me era un evento pieno di allegria.
Mi ricordo che, arrivati alla scuola elementare, scendevamo dalla macchina e salivamo delle scale per raggiungere la nostra sezione.
Allora l’allegria si mutava in meraviglia e curiosità ed anche un po’ di stupore.
Entravamo nelle aule, alle cui pareti si mescolavano i manifesti con i simboli elettorali e quelli colorati e pieni di disegni fatti dai bambini, legittimi proprietari di quegli spazi.
Ma erano le cabine che suscitavano in me deferenza e timore. Cosa succedeva lì dentro?
Me lo avevano spiegato tante volte cosa sarebbe successo : i miei genitori entravano lì dentro uno alla volta con delle schede e VOTAVANO!
Volevo entrare anche io.
Volevo che mamma ogni volta chiedesse il permesso agli scrutatori, ma loro ogni volta dicevano di no.
Io volevo vedere le cabine dall’interno.
Mi chiedevo se fossero arredate, magari c’era una sedia, chi sa se c’era la luce di una lampadina per aiutare le persone a non sbagliarsi in quella misteriosa operazione del voto.
Quando avevano finito e deposto in quegli scatoloni i loro foglietti colorati uscivamo e io chiedevo sempre: è stato difficile? No, mi rispondevano loro.
Poi andavamo a mangiare il gelato.
Per me il giorno delle elezioni è sempre una festa, da allora.

Sono molto, molto angosciata.
Perchè so che nulla può essere modificato.
Perchè gli sbagli, i passi falsi, le incertezze, tutte ritornano prima o poi a mostrarsi in tutta la loro canaglieria.
Lo sapevo che gli sbagli si pagano sempre.
Quello che non immaginavo è che si pagassero tanto a lungo.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.
Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,
come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c’è scritto “Vietato passare”,
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì, chiamatemi Mimì.

Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia
e che guardano giù.
Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia,
chissà dove va.

Francesco De Gregori, Mimì sarà